13 maggio 2016

La concimaia di Arcioni e le spellature montate ad arte

Pochi si ricorderanno di un signore che venne a Fabriano a tenere una conferenza nel 1992. 

Si chiamava Ennio Pintacuda ed era un padre gesuita di Palermo, animatore assieme a Padre Bartolomeo Sorge - anche lui teologo e politologo - del Centro Studi "Pedro Arrupe", il più influente laboratorio di riflessione politica di quegli anni oltre che il luogo in cui furono gettate le basi politiche e culturali della Primavera di Palermo, esperienza di governo cittadino incarnata da Leoluca Orlando.

Ennio Pintacuda - uomo di piccola statura, curvo, di carnagione olivastra e con gli occhi schermati da occhialoni neri - fu il più autorevole teorico del giustizialismo, l'assertore più colto e convinto del principio secondo il quale il sospetto è l'anticamera della verità; al punto che in alcuni ambienti allergici a quell'esperienza venne addirittura ribattezzato Padre Barracuda.

Ennio Pintacuda aveva una concezione alta del sospetto, di uno che si era formato studiando Sant'Ignazio da Loyola, ovvero senza girotondi, senza Fatto Quotidiano, senza Grillo e senza quell'armamentario di pose e di posizioni che trasforma il moralismo in una terrificante giostra puritana.

Oggi la cultura del sospetto è ridotta a tagliola contadina, a trappoletta architettata da soggetti più avvezzi al pettegolezzo di basso conio che alle sottili ed elevate trame del gesuitismo

La degradazione del sospetto è il frutto della sua massificazione, del suo utilizzo esagerato, di un ricorso sistematico ad esso che ha sedotto partiti, movimenti e cittadini convinti che possano esistere giustizieri senza macchia e senza paura. Il risultato è che, oramai, è sufficiente una modestissima ombra per sporcare solide e affermate reputazioni.

Fabriano è una città che non ha mai conosciuto la forma colta del sospetto ma soltanto quella barbarica e rurale delle diffamazioni gratuite, delle scritte sui muri, delle "spellature" montate ad arte, delle persone scorticate e rivoltate come fosse un passatempo leggiadro e leggero.

Questo modo di fare, portato agli estremi dalla degradante massificazione politica del sospetto, è esattamente quello che mette sulla graticola un consigliere comunale del Movimento 5 Stelle - Joselito Arcioni - per una cosa di nessun valore, di quelle che possono capitare a chiunque sia coinvolto in una successione di beni dovuta alla morte di un parente o di un familiare.

L'esponente grillino ha fatto bene a dichiarare pubblicamente che era lui il politico a cui è stata inoltrata una contestazione per abuso edilizio. In questo modo Arcioni ha bloccato sul nascere la panna che stava montando attorno a una notizia alimentata dalla stampa approfittando di quel lievito selvaggio che a Livorno e a Parma ha messo il Movimento 5 Stelle nell'occhio del ciclone. 

La lettera che l'esponente pentastellato ha inviato ai mezzi di informazione risulta convincente, una mossa di judo che consente al Movimento di rilanciare e di uscire in modo brillante dall'angolo.

La situazione che si è venuta a creare adesso può diventare un problemone in casa PD ma resta il fatto che anche il Movimento 5 Stelle è chiamato a una riflessione serena e laica sui rischi congeniti del giustizialismo, specie quando esso diventa strumento di mobilitazione politica, di furore popolare e di costruzione del consenso.

Quando si accusa la classe politica, un giorno si e l'altro pure, di essere una congrega di ladri e di malfattori può accadere che qualcuno ceda alla tentazione di ripagare l'accusa con la stessa moneta e di andare alla ricerca di qualche banalissimo sospetto con cui eccitare l'opinione pubblica.

E, purtroppo per noi, non sempre c'è un padre Ennio Pintacuda in grado di dare al sospetto dignità, spessore e caratura.

Nel frattempo diventa sempre più concreta l'ipotesi di una rateizzazione della sentenza Penzi su tre annualità. Un'eredità che graverà sulla prossima amministrazione come un macigno finanziario e come un impedimento politico. 

E' questo l'abuso che fa scandalo, non certo la concimaia di Arcioni.
    

6 maggio 2016

La giustizia di Salomone tra Veneto Banca, Comune e Fondazione


La notizia è il ribaltone in Veneto Banca, con i soci della lista delle "Associazioni degli azionisti" che con il 12% del capitale hanno conquistato il 57,9% dei voti dei presenti all'Assemblea tenutasi a Marghera.

La perdita di 882 milioni registrata nel Bilancio 2015, la stretta della Banca Centrale Europea e le incognite sulla quotazione in Borsa dell'istituto - aggravate comparativamente da quanto accaduto alla Popolare di Vicenza - hanno sicuramente creato le condizioni di contesto in cui è maturato un voto a sorpresa che ha nuovamente riscritto gli equilibri in Veneto Banca.

Il risultato del voto ha garantito alla lista vincente 12 consiglieri su 14. Per la minoranza sono entrati nel consiglio di amministrazione l'ex Presidente Bolla e l'ex amministratore delegato Carrus.

 La nuova configurazione del consiglio ha un effetto anche su Fabriano dato che nella lista che perso era presente anche l'avvocato Maurizio Benvenuto, non riconfermato nel CDA di Veneto Banca.

Benevenuto è stato per lungo tempo il trait d'union tra Veneto Banca e la Fondazione Carifac. La sua mancata rielezione rompe questa linea di connessione tra Montebelluna e Fabriano e pone la Fondazione di fronte a un nodo difficile da sciogliere e cioè se sottoscrivere o meno l'aumento di capitale di Veneto Banca, ovvero se infliggersi un salasso a cui farà seguito un crollo del valore delle azioni, con effetti deleteri e forse letali sul bilancio della Fondazione e sul suo assetto patrimoniale.

In questo senso la Fondazione sembra davvero in un cul de sac: sottoscrivere l'aumento senza più avere una rappresentanza nel CDA significherebbe svenarsi per essere marginali; non sottoscriverlo vorrebbe dire uscire di scena senza svenarsi, confinando la Fondazione nel recinto stretto della città e del territorio limitrofo.

Quale che sia la scelta che verrà effettuata un fatto è certo: il sole sta tramontando anche sulla Fondazione e sui suoi disegni di potere residuale

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Ed è anche alla luce di questi fatti decisivi che lo scontro tra Fondazione e Giunta assume il profilo di una divertente disputa manzoniana tra capponi condannati alla pentola, di un conflitto che merita di essere seguito perchè all'altezza di quelle storie estive che servono per passare il tempo sotto all'ombrellone. 

Sagramola dice che la Fondazione avrebbe dovuto sganciare 280 mila euro. Ottaviani sostiene che gli euri fossero 150 mila, come da accordi e da delibera dell'istituto. La differenza è di quelle grosse, quasi il cento per cento. Troppo per essere raccontata come incomprensione, equivoco, rumore irrisolto nella comunicazione tra soggetti in latente conflitto. 

A uno dei due è sicuramente scappato il piede dalla frizione ma non si è ancora capito a chi, per la semplice ragione che si può spararla grossa tanto per eccesso quanto per difetto. A chi credere? A nessuno, perché credere significa consegnarsi a un atto di fede che nelle cose degli umani raramente aiuta a distribuire le ragioni e i torti. 

Meglio un agnosticismo curioso e attivo, dato che lo spirito partigiano merita cause migliori, “luoghi meno comuni e più feroci” di un minuetto tra poteri bianchi che si contendono le spoglie dell'ex potere merloniano. 

Eppure la situazione incuriosisce e le cifre in ballo rimandano a una lotteria sballona che ha il suo appeal cronachistico, dato che in città non c’è davvero nulla di serio di cui discutere. E’ anche per questa leggerezza del tema che sarebbe interessante un arbitrato, un lodo dirimente, un giudizio di Salomone che consenta alla verità di emergere, ma senza provocare ulteriori crisi e altri inutili sconquassi. 

E chi meglio di Angelo Tini potrebbe risolvere pubblicamente la controversia? E’ democristiano come Ottaviani e Sagramola, proviene dal mondo della sanità come il Presidente della Fondazione ed è assessore al Bilancio nella Giunta del malconcio Giancarlone. 

Inoltre Angelino è influente in Comune, è decisivo nell’UDC e pesa del suo anche dalle parti di Corso della Repubblica. In più è un sopravvissuto vero del merlonismo, uno che conosce alla perfezione i sottili meccanismi che distinguono un accordo verbale tra sodali da una delibera tra confliggenti e sa bene quanto sia facile inciampare nei corridoi in cui si oliano e si smerdano le relazioni tra poteri affini ma concorrenti. 

Se Tini racconta l’accaduto e dice ai fabrianesi come è andata potrebbe chiudere la diatriba e ridare energia allo slogan del lassativo Falqui dei tempi di Carosello: basta la parola! La sua parola. Ci dica semplicemente, caro Assessore Tini, se a spararla grossa è stato Ottaviani o Sagramola. Tanto alla fine la quadra la si trova perché, come insegna la vecchia scuola dc, una mano lava l’altro e tutte e due lavano il viso.
    

4 maggio 2016

Ottaviani e Sagramola l'un contro l'altro armati

Lo scontro in atto tra il Sindaco e il Presidente della Fondazione Carifac, sul finanziamento di emergenza prima concesso e poi revocato da quest'ultima a seguito delle improvvide dichiarazioni del primo cittadino, può essere letto in almeno tre modi diversi, ciascuno dei quali contiene un pezzo di verità parziale e non esaustiva:

  1. come scontro tra poteri residuali in cerca di nuovi equilibri
  2. come anomalia relazionale tra un organo elettivo e un ente privatistico
  3. come scorno tra personalità confliggenti
1) Fabriano ha conosciuto un potere economico, politico e familiare di impronta monarchica. Quel sistema si è estinto senza successione e ha lasciato in eredità un vuoto di potere che viene colmato da poteri residuali. L'Amministrazione Comunale e la Fondazione Carifac sono gli unici poteri residuali che possono contendersi uno spazio di egemonia, nonostante la prima sia cronicamente in deficit di risorse mentre la seconda deve fare i conti con il salasso patrimoniale subito con la svalutazione delle azioni Veneto Banca e con il colpo di grazia che potrebbe determinarsi con la quotazione in Borsa del titolo dell'istituto di Montebelluna.

La relazione tra Amministrazione Comunale e Fondazione Carifac è, quindi, finalizzata alla ricerca di nuovi equilibri e allo sviluppo di dinamiche contrattuali che dovrebbero puntare al raggiungimento di un equilibrio soddisfacente per entrambi.
Il problema è che l'Amministrazione Comunale ha consumato il proprio potere contrattuale nel momento in cui ha chiesto alla Fondazione un contributo straordinario a sostegno del Bilancio di Previsione 2016.
Una scelta che ha sbilanciato gli equilibri a favore dell'istituto presieduto da Marco Ottaviani, cui ha fatto seguito il tentativo di rilancio politico attuato dal Sindaco con l'ormai noto comunicato, che ha consentito alla Fondazione di fare macchina indietro e di recedere dal finanziamento con motivazioni assolutamente pertinenti dal punto di vista statutario ma poco plausibili per un occhio attento ed esperto.

Analizzando lo scontro in atto come ricerca contrattuale di nuovi equilibri è del tutto evidente che l'oggetto del contendere non è l'ammontare dell'erogazione ma la possibile rottura del meccanismo di contrattazione politica sotteso all'operazione.

Gli equilibri contrattuali tra poteri, è bene tenerlo a mente, nascono sempre da rapporti di scambio che chi ragiona politicamente deve provare a scandagliare senza farsi tentare dai buoni sentimenti e dal politically correct.

2) Lo scontro tra poteri residuali, di per sé, non presenta nulla di scandaloso, ma può anzi rappresentare un elemento di vivacità e di dialettica delle idee. Il problema è che a Fabriano tra Amministrazione Comunale e Fondazione Carifac sussiste una relazione anomala, frutto dell'oggettiva anomalia di alcuni presupposti.

La prima anomalia è che il Sindaco, espressione locale della sovranità popolare, per stilare il Bilancio di Previsione - ossia il documento politico e programmatico fondamentale - ricorra non alle risorse di cui dispone l'ente ma al sostegno di un soggetto privatistico, determinando una privatizzazione di sovranità che deriva dall'incapacità politica dell'amministrazione di gestire le sue risorse.

A fronte di ciò va parimenti rilevata l'anomalia di una Fondazione il cui Presidente non è un tecnico, ma un ex candidato Sindaco in concorrenza nel 2012 con il primo cittadino, leader indiscusso dell'opposizione consiliare nella prima parte di questo mandato amministrativo e candidato alla Camera alle politiche del 2013 per l'UDC, il partito che esprime il Vicesindaco di Fabriano e assessore al Bilancio nella persona di Angelo Tini.

E' evidente che questa duplice anomalia fa sì che qualsiasi posizione assunta dalle parti abbia sempre un persistente retrogusto politico alimentato da semplici domande:

  • Il Sindaco è così autolesionista da aver praticamente raddoppiato, nel suo comunicato, l'ammontare del contributo della Fondazione? 
  • L'assessore al Bilancio e Vicesindaco UDC Tini concorda con le cifre del Sindaco o è allineato ai 150 mila euro deliberati dalla Fondazione? 
  • Il conflitto tra Ottaviani e Sagramola è l'effetto di due caratteri spigolosi l'un contro l'altro armati o, invece, di una guerra interna all'UDC legata alla conclamata autonomia decisionale e operativa del Presidente Ottaviani?
3) Da ultimo ma non per ultimo potrebbe esserci un problema legato alle personalità del Sindaco e del Presidente della Fondazione. Si tratta di figure diversissime per visione, empatia, concezione della politica, cognizione del potere e divergenza di fondo nel modo di intendere l'impegno politico e sociale dei cattolici.

Inoltre è bene ricordare che tra Ottaviani e Sagramola forse esiste anche una ruggine che risale al 2012, quando Marco Ottaviani fu accreditato a lungo come candidato sindaco del centrosinistra. Una ipotesi che fu bruciata con le primarie del PD che spianarono la strada a Sagramola e spinsero Ottaviani verso  l'esperienza di un raggruppamento civico di cui divenne il candidato a Sindaco.

I lettori si domanderanno per quale motivo ho dato così poco spazio all'ammontare e alla destinazione del contributo della Fondazione. La ragione è semplice: il senso degli scontri di potere risiede sempre nella tentazione dell'egemonia di cui anche la spesa sociale è conseguenza e funzione.

Per questo spero mi perdonerete se nella valutazione di questa vicenda tendo a rifarmi più a Machiavelli che non alle dichiarazioni ufficiali di Ottaviani e Sagramola di cui, ovviamente, ho ben chiaro il differenziale di approccio e di visione politica.
    

27 aprile 2016

L'ira funesta del Pelide Penzi

 
Il caso Penzi è diventato un tormentone cittadino attorno a cui - inevitabilmente - si assiepano ironie, battute, uscite a cazzo e, ogni tanto, anche qualche scampolo di meditazione non banale. 

Una chiave per decifrare la realtà ingarbugliata dei fatti c'è, ed è il vecchio, classico, buonsenso, quello che permette di dedurre senza sbagliare e di smascherare la melina con cui qualche amministratore pretende di incantare e addormentrare tutti gli osservatori della vicenda.

I fatti: il Comune di Fabriano deve sborsare quasi due milioni di euro a una ditta danneggiata da decisioni assunte venti anni fa, quando non c’era la legge Bassanini e la politica faceva il bello e il cattivo tempo, con i tecnici del pubblico apparato costretti a dare forma amministrativa ai più sconsiderati capricci dei decisori.


Vincenzo Penzi attende da 20 anni che gli venga riconosciuto il danno subito. Come avrebbe detto il Marchese Onofrio del Grillo a Piperno l’Ebanista è assai probabile che Penzi sia un po’ incazzato con quel Comune che, amministrazione dopo amministrazione, ha fatto orecchie da mercante rispetto al dovere di onorare il proprio impegno. 

E una persona incazzata da venti anni, quando trova un Tribunale della Repubblica che ne riconosce le ragioni, non solo è difficile sia disposta a transare ma presumo sia animata anche da una voglia matta di chiudere la faccenda e di presentare il conto finale a un ente che ha soltanto rimandato e cazzeggiato.


Dilazionare, rateizzare e rimandare sono, quindi, ipotesi di scuola su cui è possibile lavorare solo quando il tempo non ha esacerbato gli animi. Sagramola e Tini, del tutto digiuni di umana psicologia, continuano invece a insistere sulla rateizzazione, ossia ad evocare il peggio che possa giungere alle orecchie di Penzi. 

Più Tini propone di rateizzare e meno Penzi sarà disposto a farlo, perché dopo essere stati presi per il culo per venti anni è difficile che se ne possano conteggiare altri cinque per prendersela in saccoccia e consentire a lor signori di cantare vittoria scongiurando il commissario.


Se uno dà retta a quel dice Tini o a quanto, amaramente, distilla Sagramola sembra quasi che al tavolo negoziale la pistola fumante la tenga in mano il Comune. L’applicazione del buonsenso fa immediatamente giustizia di questo scempio mediatico. Una contrattazione sensata prevede il do ut des, ossia uno scambio, un vantaggio reciproco che può far scattare l’accordo tra le parti. 

E quale sarebbe il regalo di Natale che l’Amministrazione Comunale può mettere sul tavolo in cambio di una rateizzazione sostenibile?


Nessuno è in grado di immaginarlo. Per una ragione molto semplice: la contropartita non esiste e l’amministrazione comunale si limita a fare come quei finti forzuti che consapevoli di prenderle chiamano l’amico e gli dicono “tienimi che sennò lo gonfio!”. 

Qualche suonatore di cetra mormora che la contropartita possa essere la rinuncia del Comune al ricorso in Cassazione ma i beni informati smentiscono anche questa ipotesi perché difficilmente la Cassazione troverà appigli per ribaltare la sentenza d’Appello. In più c’è da considerare l’ira funesta del pelide Penzi che, giunto a questo punto, non si farà certo impensierire dall’ennesimo ricorso.


Di conseguenza le possibilità concrete sono due: o il Comune paga il botto in una sola botta o si fa pignorare i beni disponibili, sempre che Penzi sia disposto ad accontentarsi di qualche immobile che non si riesce a vendere manco implorando i numi. Per ora Penzi non sembra abbia richiesto il pignoramento perché, giustamente, vuole denaro e se ne fotte dei muri. 

Il Comune ha una sola possibilità di sopravvivere: continuare a non pagare. E’ su questa linea sottile che si giocheranno le prossime mani della partita. Tutto il resto è velatura, finzione e gioco delle parti di una politica sempre più ridicola.
    

12 aprile 2016

La cessione di sovranità che rischia il Comune

Foto di Mauro Cucco
Il Sindaco sogna Donatello e i suoi 15 milioni di presunto valore, valore teorico perchè dubito ci sia qualche collezionista eccentrico disposto a sborsare una cifra da capogiro per acquistare un legno che fino a qualche settimana fa era immerso nel più totale e indifferente anonimato e che tuttora presenta fortissime perplessità sull'attribuzione al grande scutore quattrocentesco.

Ma in tempi di magra anche i valori nominali suscitano emozioni e tra gli osservatori di cose locali si dà per certo un sotterraneo e incipiente conflitto sulla proprietà della statua tra Comune e e Chiesa.

Nel frattempo, in attesa che Donatello si trasformi da genio del Rinascimento italiano a gallina dalle uova d'oro per la comunità pedementana, Il buon Sagramola deve fare i conti con i soldi veri, quelli che ormai cronicamente mancano nelle casse comunali.

Invece di lavorare sul caso Penzi per trovare per soluzioni compatibili con gli interessi dei fabrianesi  - ossia attrezzarsi per il pignoramento dei beni immobili disponibili - l'amministrazione si muove a caso e a cazzo, come un moscone rinchiuso nell'abitacolo di un'automobile.

L'ultima tentazione del Sindaco - col probabile e interessato suggerimento di Angelino da San Donato - è quella di rivolgersi a Veneto Banca e alla Fondazione per verificare la loro disponibilità a farsi carico dei problemi del Comune di Fabriano. 

Ora, Veneto Banca è un istituto di credito che deve risolvere parecchi problemi legati alla sua trasformazione in società per azioni e alla quotazione in Borsa, ed è difficile immaginarla protagonista di operazioni finanziarie con il Comune di Fabriano, anche alla luce di recentissime e furenti polemiche che sono nate all'interno dell'istituto a causa del ruolo acquisito dai "marchigiani".

Resta in piedi l'ipotesi di un appoggio della Fondazione, ossia ufficializzare una cessione di sovranità del Comune a vantaggio di un istituto guidato da figure riconducibili a un partito politico e da un Presidente che è stato candidato Sindaco nel 2012, leader dell'opposizione moderata in consiglio comunale e candidato nel 2013 nella lista dell'UDC per la Camera dei Deputati.

Non aggiungo altro, ma due domande fatevele cari fabrianesi!
    

6 aprile 2016

Accordo di Programma: è pronto l'assalto alla diligenza

Attenzione: stiamo dedicando troppo tempo ed energie alla valutazione critica di quanto accade in Comune

L'ente municipale, nonostante il ruolo istituzionale e di gestione della cosa pubblica che gli viene attribuito dalla legge e dai processi elettorali, è destinato a perdere peso e rilievo nell'assetto del potere locale perchè le sentenze salasso abbinate alla rigidità della spesa corrente faranno tendere a zero il potenziale di spesa da dedicare alla realizzazione di programmi politici.

La vera partita di potere, non a caso, si sta giocando in altre sedi, statutariamente anfibie tra pubblico e privato, in un altrove dove circolano i soldi e gli interessi materiali che sono il vero lubrificante di ogni scelta e l'unico strumento efficace per costruire progetti e relazioni

In questo quadro pensare alle elezioni, alle liste, alle candidature, agli schieramenti è assolutamente intempestivo, un po' come porsi a Ferragosto il problema delle strade gelate e della neve da spalare.

Ovviamente non c'è nulla di scandaloso nel "pecunia non olet" - come sa bene chi ha bazzicato il pensiero liberale e quello marxista - ma si pone un problema di destinazione e redistribuzione delle risorse perchè il nuovo potere, ormai esercitato dalle seconde file del merlonismo decaduto, sta cercando di assorbire e concentrare il massimo della materia in poche mani, presentando questa operazione tipicamente classista come un esempio concreto di progettualità, di razionalità e buonsenso orientato al bene comune.

Si deve fare attenzione perchè tutti gli occhi sono puntati su un tesoretto da 26 milioni di euro che aleggia sulla città: l'Accordo di Programma rimodulato.  

Questo strumento nato per reindustrializzare le aree colpite dalla crisi dell'Antonio Merloni non è mai decollato perchè sono stati posti molti vincoli e paletti all'accesso che hanno finito per amplificarne la rigidità.

La rimodulazione dell'Accordo di Programma si profila un po' a maglie larghe, un tana libera tutti che scatenerà un probabile assalto alla diligenza, specie nell'area fabrianese che dovrebbe godere della maggior quota di risorse.

La chiave di lettura da considerare è la possibilità di accesso ai fondi dell'Accordo di Programma per attività di servizi alle imprese e attività turistiche.

La sensazione è che ciò che nacque per ricostruire un minimo di tessuto industriale verrà riorientato in operazioni a basso potenziale occupazionale che si bruceranno nell'illusione di qualche nuova scatola vuota.

In questa possibile modificazione genetica dell'Accordo di Programma, che ha come nemico il tempo dato che le domande devono essere presentate entro il 30 giugno 2016, speriamo si faccia sentire quel poco di opinione pubblica che resta in città e la voce dei sindacati e di Confindustria perchè Fabriano non può rinunciare a un minimo di investimenti industriali in nome di un terziario fittizio ed estraneo a ogni logica occupazionale e di mercato.
    

3 aprile 2016

La fine di un'illusione: la rottura del "lutto senza parole"

Parecchi anni fa - credo fosse il 2008 - il Direttore dell'Azione Carlo Cammoranesi mi chiese un articolo su come immaginavo il futuro di Fabriano. Scrissi senza mezzi termini che avremmo fatto la fine di Sheffield, la città deindustrializzata dalle cure equine della destra inglese che fa magistralmente da sfondo al celebre film Full Monty. 

Avevo assaporato da poco La Dismissione, il romanzo di Ermanno Rea in cui si racconta la chiusura dell'acciaieria Ilva di Bagnoli e quella  lettura, inserita in una ricca tradizione di letteratura industriale, mi aveva fornito qualche strumento di consapevolezza in più anche rispetto alla mia città. 

Una sensazione che ho provato, in seguito e con sfumature diverse, anche leggendo Acciaio di Silvia Avallone, ambientato nella realtà desertificata di Piombino, e Storia della mia Gente di Edoardo Nesi, in cui si racconta la fine di storie imprenditoriali e di piccole imprese nel distretto tessile di Prato.

La crisi violenta e definitiva del distretto metalmeccanico fabrianese non è stata elaborata da nessuno, è rimasta un lutto senza parole, non ha prodotto nulla che fosse riconducibile a una narrazione autoctona, non si è espressa in un romanzo in qualche modo emblematico e condiviso o in un'esperienza saggistica in grado di ricostruire un percorso e una memoria comunitaria.

Non poteva essere altrimenti. Non solo per oggettiva inesistenza di autori locali in grado di farlo ma anche perchè il mite operaio fabrianese non poteva seminare una visione di classe capace di fare cultura.  

Ciò che ha impedito ai fabrianesi di elaborare la fine dell'illusione preferendo fare come chi non si capacita della perdita di una persona e ne lascia, per anni, intatta la stanza, col desiderio di fermare il tempo e la violenta verità del distacco.

In questo quadro una possibilità di narrazione poteva provenire solo dall'esterno, solo da un occhio privo di contiguità fisica, psicologica e professionale col distretto, solo da chi non avesse memoria culturale e visiva di quei veri e propri rave party che il 13 dicembre di ogni anno si svolgevano nell'ormai decadente piana di Santa Maria.

In quelle notti maya le maestranze correvano e accorrevano - richiamate e rapite dal sabba industrialista - a riverire l'apparizione mistica e asiatica del Patriarca Antonio Merloni I° che contraccambiava il devoto assembramento di oranti e postulanti con tavole imbandite, suini fumanti di interiora calde e finocchio aromatico, concerti dei Pooh e di Jimmy Fontana - con la musica piegata come lamiera dall'acustica fordista dello stabilimento - e un fiume di frizzantini dozzinali perché così reclamava una classe operaia adorante, obbediente, votante, condannata alla tuta verde invece che alla casacca blu a scanso di equivoci marxisti.

Andrea Ranalli e Shoot4Change con il loro documentario La Fine dell'Illusione, si sono inseriti in questo spazio, montando un'operazione difficile: far uscire il lutto dal silenzio, attraverso la ferocia banale ma dirompente di una macchina da presa piantata in faccia a chi la crisi l'ha vissuta in presa diretta o di riflesso e un io narrante ridotto a un'intermezzo di immagini in cui la deindustrializzazione diventa una corsa di fotogrammi grigi restituti da vecchi capannoni senza più anima, macchine e umanità.

Un documentario a tesi non avrebbe funzionato, avrebbe irrigidito la comunità stimolandone le peggiori tentazioni difensive, avrebbe alimentato la sindrome della cittadella assediata. In questo modo, invece, la sequenza di storie personali e di testimonianze diventa un distillato di come ci vediamo, la sintesi visiva di uno stupore che non si è ancora consumato e che solo a tratti lascia intravedere un senso di lutto elaborato.

Qualcuno ha fatto notare, e forse anche a ragione, che l'insieme non restituisce sapori forti. Il punto è che, a Fabriano, solo un documentario a tesi, con una forte componente giornalistica e d'inchiesta, poteva riuscirci. Il modello della testimonianza personale può trovare sapori forti nella Terni operaia e comunista, non certo nella Fabriano metalmezzadra e cattolica.

Quello che emerge da La Fine dell'illusione, di conseguenza, è solo quel che poteva uscire da questa terra, l'immagine fedele di una consapevolezza che non ha trovato una giusta maturazione.

In questo senso Andrea Ranalli e Shoot4Change hanno colpito nel segno proprio grazie all'aroma blando del documentario che invece di stimolare i riflessi condizionati dei fabrianesi ha prodotto un interessante e articolato repertorio di reazioni.

Esse vanno dall'approccio critico di chi avrebbe voluto una lettura più dura e circostanziata dei fatti al dito puntato contro questo documentario perchè intacca quella rimozione del passato che è necessaria per far fermentare una nuova, terrificante illusione: che una company town manchesteriana, grigia e totalmente dedita forgiata da un fordismo mite possa svegliarsi, per un incanto suggerito dalle seconde file dello sfascio, lieve, creativa e con un grande futuro davanti. 

La Fine dell'illusione può avere molti limiti ma sicuramente ha un grande pregio: ricordare a tutti che il passato passa solo guardandolo in faccia e che un disegno di futuro può esistere solo partendo dal passato e dal presente. Il macigno dal sepolcro si toglie dopo avere abbracciato il Golgota: non c'è Pasqua senza Venerdì Santo.
    

1 aprile 2016

#SagramolaPubblicaLaSentenza!

Sagramola non ha alcuna responsabilità personale e politica di ciò che accadde nel 1995 tra il Comune di Fabriano e la Ditta Penzi. Il suo coinvolgimento riguarda il presente, ovvero la gestione del pagamento immediato sancito dal pronunciamento della Corte d'Appello. 

Secondo il Corriere Adriatico di oggi Sagramola – dopo il comunicato dell’opposizione sul mancato numero legale che ha impedito lo svolgimento del Consiglio Comunale di martedì scorso - non vuole più parlare con la minoranza

E’ una posizione sbagliata perché la minoranza rappresenta un pezzo importante di elettorato, ma il vero problema è che il Sindaco non parla con la città, non ne comprende le esigenze profonde, non ha sviluppato quelle affinità elettive che fanno di un politico il leader di una comunità complessa e in crisi.

In realtà delle piroette del Sindaco, fin quando non va a frugare nelle tasche dei cittadini, ci interessa poco. Quel che manca ai fabrianesi è una base minima per farsi un'idea di ciò che è accaduto, al punto che la famigerata sentenza Penzi ha finito con l'assumere un profilo quasi mitologico, una sorta di unicorno giurisprudenziale che attraversa l'immaginazione e le conversazioni.

Di fatto ci ritroviamo a commentare un dispositivo che non abbiamo avuto modo di leggere e questa assenza di fonti certe, se da un lato fa montare a neve ipotesi e supposizioni, dall'altro mette al riparo l'amministrazione dal rischio che i cittadini possano farsi un'opinione diretta e personale, ossia non mediata dalla politica e dai suoi interessi.

E' quindi dovere del Sindaco pubblicare sul sito del Comune il testo integrale della sentenza della Corte d'Appello, affinché ogni cittadino abbia la possibilità di capire circostanze e motivazioni del caso Penzi. Continuare a evocare apocalissi finanziarie giocando su una riservatezza omertosa, su rimozioni spinte al limite dell'impronunciabile e sussurri degni di una saga di Dan Brown vuol dire azzoppare il diritto di informazione che deve essere liberamente esercitato da una cittadinanza matura e adulta.

Sagramola ha un indice di gradimento da meno algebrico ma a prescindere dal consenso deve ai suoi elettori e alla città questa piccola operazione di glasnost, di trasparenza, perchè per restituire saggezza e ponderazione alle cose la scelta migliore è rivelarle nella loro interezza più smitizzante e crudele.
    

31 marzo 2016

Fabriano: la situazione è grave ma non è seria

L'amministrazione comunale, in questa fase concitata, somiglia al cane che affoga di cui Mao Tze Tung consigliava vivamente la bastonatura; una condizione critica già vissuta dalla Giunta nel 2013 durante la vertenza Tares e poi lentamente riassorbita giocando sulla naturale tendenza delle contestazioni a rifluire e ritornare nell'alveo. 

E' quindi comprensibile che gli avversari di Sagramola e della DC (Pd+Udc) cerchino di approfittare di questa situazione, che è pane quotidiano della dialettica politica, così come è nell'ordine delle cose che le potenziali "vittime" sviluppino forme di autodifesa basate sull'utilizzo contundente di concetti come senso di responsabilità e serietà. 

Questa fisiologia della politica, che dovrebbe condurre a uno scontro alto, viene turbata e alterata dagli eccessi di zelo dei protagonisti e dalla lievitazione selvaggia degli animi. Pariano è stato il primo a cadere in tentazione, con una proposta destinata ad abbassare il livello dello scontro politico e a "scatizzare" i più immediati e superficiali istinti popolari. 

Pariano ha depositato una mozione affinché “Consiglieri Comunali, Sindaco, Assessori e Presidente del Consiglio Comunale rinuncino rispettivamente ai gettoni presenza per la partecipazione alle sedute consiliari e commissioni e delle indennità di funzione“. 

Ciò significa bloccare gli emolumenti degli eletti e degli assessori per un anno. Abbiamo forse motivo di dolercene? No di certo, ma resta intatto un problema: di fronte a un Comune che presenta numeri da default il simbolismo della rinuncia all’emolumento alleggerisce il peso della situazione finanziaria o sposta soltanto il focus altrove, dove è più facile scatenare una generica rabbia popolare contro l’avidità dei politici? 

Su questo aspetto occorre essere molto chiari: Sagramola e Tini vanno combattuti ricercando soluzioni non banali e garantendo alla dialettica politica lo spessore che merita. 

Osteggiare la cattiva politica di questa amministrazione puntando sui gettoni di presenza è roba sterile e noiosa; mercanzia che rivela anche la qualità di chi si proclama alternativo alla DC e si aggrappa a un populismo primordiale che rimpiazza la severità del giudizio politico con una faciloneria emotiva e chiassosa. 

Pariano gioca legittimamente le sue carte per mettere in difficoltà il partito con cui è stato eletto, ma seguirlo su questa strada significherebbe infilarsi in un vicolo cieco che consentirebbe al Pd di proporsi come vittima e barriera contro il populismo: un regalo che quei bravi ragazzi non meritano davvero di ricevere. 

Come dicevamo in precedenza Pariano ha stimolato azioni emulative, ispirate dal principio eterno del pisciare più lontano di chi ci precede. 

La minzione a lunga gittata è toccata al consigliere del gruppo Città Progetto Danilo Silvi che, stando a quanto riportato dal Resto del Carlino, ha proposto di estendere gli effetti delle mozione Pariano anche all’amministrazione comunale che a partire dal 2017 prenderà il posto di quella attuale

Una linea di condotta che, se fosse applicata, condizionerebbe il processo democratico ed elettorale in termini restrittivi perché svolgere a remunerazione zero un’attività a tempo pieno come quella di sindaco o di assessore è possibile solo per tre soggetti: ricchi, studenti e pensionati

Ancora una volta la montagna ha partorito il topolino.