21 novembre 2014

La serafica confessione dell'assessore Alianello

Oggi il Resto del Carlino mette da parte Eros e si concentra su Thanatos e quindi stop alle inchieste sugli appartamenti del centro storico affittati alle zoccole: è la volta dei cimiteri. E precisamente di quello di Serradica che rischia di crollare con le conseguenze, matariali ed emotive, che facilmente possiamo immaginare.

Su questo tema il quotidiano pubblica un'intervista all'Assessore ai Lavori Pubblici Claudio Alianello che vale la pena commentare, perchè contiene la serafica confessione di una crisi motivazionale che riguarda la sua funzione di amministratore ma, più in generale, il racconto dell'inutilità della politica e degli enti locali.

Alianello dice alcune cose interessanti: che il problema del cimitero di Serradica è serio ma non ci sono i soldi per intervenire; che si va avanti a cercare qualche migliaia di euro al mese per i provvedimenti tampone più urgenti; che il Piano delle Opere Pubbliche è solo chiacchiere e distintivo.

Tradotto in termini politici il ragionamento di Alianello conduce a una conclusione drammatica e definitiva e cioè che il Comune - inteso come ente locale e struttura amministrativa - non è più in grado di adempiere alla sua mission e alla sua funzione statutaria.

E su questo versante si apre uno squarcio fosco di verità circa la destinazione delle tasse e dei tributi perchè le parole di Alianello confermano un sospetto - che è ormai consapevolezza diffusa - e cioè che le risorse prelevate dalle tasche dei cittadini non servono per finanziare opere e servizi ma soltanto per tenere in piedi una baracca sempre più grande e sempre più inutile.

L'intervista di Alianello, a suo modo, non è la lagna di un incompreso ma la constatazione di uno sfascio che non nasce dalle visioni apocalittiche e pregiudiziali di un oppositore, ma da una testimonianza interna fornita dall'assessore con le deleghe più significative e pesanti.

Sul fiato corto della Giunta Sagramola c'è poco da aggiungere, viste le decine di aneddoti e di situazioni che ne provano il volo di quaglia, ma di certo l'intervista di Alianello si configura come uno straordinario contributo al grippaggio del motore sagramoliano.

Ma la posizione dell'Assessore ai Lavori Pubblici - seppur rivelatrice di un clima - difetta di un passaggio conclusivo che mi fa pensare alla battuta che un tale Enzo era solito pronunciare quando, nelle balere dell'entroterra, riceveva puntuali dinieghi dalle signore cui chiedeva di ballare: "Ma allora che si venutà a ffà?"

Fuor di metafora viene da domandare ad Alianello: se non puoi lavorare e non ci sono i soldi per fare quel che dovrebbe fare un assessore ai lavori pubblici, "che ce stai a ffà"? Già, perchè in situazioni come queste rassegnare le dimissioni non è una rinuncia ma una denuncia; un atto dirompente di denuncia politica. 

Quanto di più remoto dal placido agire e dal tenue pensare dell'Assessore ai Lavori Pubblici. Ma mai dire mai.
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20 novembre 2014

Mario il Leggero e la politica pulita

Mario Paglialunga è il vaso di coccio della Giunta Sagramola. Un po' perché è sostenuto da un partito di carta e sulla carta che viene rinominato a ogni cambio di stagione; un po' perché non lo premia di certo una longevità politica degna di una tartaruga delle Galapagos e costellata di volteggi che ne hanno consentito il ribattezzo da Mario a Vario; un po' perché nonostante sia un politico navigato non ha mai frequentato quei giri giusti che, magari solo per riflesso corporativo e di casta, ti parano il culo nei momenti di difficoltà. 

Ma ciò che rende Paglialunga vulnerabile, al punto di farne un target perfetto per azioni politiche spesso puramente declamatorie, sono le sue disavventure giudiziarie: una vecchia vicenda degli anni '90, da cui peraltro uscì indenne e candido come un giglio, e una recente condanna in primo grado per falso ideologico, a causa di una firma da lui autenticata ma non riconducibie all'identità del firmatario. 

In entrambi i casi l'impronta non è quella del recidivo ammaliato dalla violazione della norma ma piuttosto quella del "leggero" che fa le cose senza ponderare razionalmente il rischio che corre e l'impatto che si finisce per generare. E la leggerezza dell'agire, dal mio punto di vista di osservatore di vecchissima e superata scuola, si configura come peccato politico assai più grave di una firmetta apocrifa perchè fa sorgere il sospetto di possibili leggerezze nelle scelte di governo e nell'assunzione delle decisioni.

Leggo, invece, di un "agitato notturno" in Consiglio Comunale a discutere, fino a notte fonda, di una mozione - presentata dagli amici pentastellati - che chiedeva ai singoli assessori e consiglieri comunali di dichiarare in pubblico le proprie pendenze giudiziarie - come nelle riunioni degli alcolisti anonimi dove ci si alza in piedi e si dichiara "io sono un alcolizzato" - e al Sindaco di impegnarsi a rimuovere dalle cariche i condannati.

Una mozione che fa pensare al Coro delle Vergini nelle rime goliardiche di Ifigonia in Culide: "Noi siam le vergini dai candidi manti, siam rotte di dietro ma sane davanti". Ma qui si aprirebbe una discussione infinita sul moralismo come arma impropria di lotta politica; una lagna che va avanti dal 1992 e che non mi ha mai nè coinvolto nè appassionato perchè una politica senza le lordure del potere è come un fornaio che non si sporca di farina: una fantasia senza appeal.

Come era prevedibile l'operazione del Movimento 5 Stelle un obiettivo politico lo ha raggiunto: seminare il caos nel campo di Agramante. Il Pd, da questo punto di vista, non è stato capace di articolare una controffensiva di principio: sia a causa del profilo culturale non proprio imponente dei suoi esponenti istituzionali, sia perchè la segreteria di Michele Crocetti è nata anche su una radicale presa di distanza nei confronti di Paglialunga.

In realtà il caso Paglialunga e affini è tornato in auge perchè Pariano, assai sul tardi, ha deciso di fare uno scherzetto da prete al Sindaco assente, consentendo di discutere una mozione piuttosto delicata per gli equilibri amministrativi, in assenza del primo cittadino.

La situazione dell'Assessore al Commercio, in realtà, è molto chiara: si tratta di un cittadino che, con decreto sindacale del Sindaco, ha ricevuto alcune deleghe amministrative la cui titolarità appartiene comunque del primo cittadino

Se la Legge Severino non sancisce l'incompatibilità dell'assessore rispetto alle sue funzioni amministrative, spetta al Sindaco valutare l'opportunità o meno di confermare l'incarico conferito a Paglialunga.

E nella decisione, che resta eminentemente fiduciaria e politica, può avvalersi anche del supporto e del parere del Segretario Comunale Dott.Ernesto Barocci - nel suo ruolo di Responsabile della Prevenzione della Corruzione per il Comune di Fabriano -  riflettendo anche su un altro aspetto: se la presenza di Paglialunga in Giunta comporti un rischio concreto di comportamenti criminosi nei confronti della pubblica amministrazione o a vario titolo orientati a un consapevole intendimento di violazione della legalità.

E questo vale anche per i consiglieri comunali condannati perchè se anche nel loro caso non si applica la Legge Severino vuol dire che la questione non riguarda la norma ma la politica e l'eventuale rischio potenziale di cui dovrebbe farsi osservatore il Segretario Comunale dato che i vincoli di legalità non li stabiliscono le forze politiche ma le leggi dello Stato.

Ora, è molto probabile che qualcuno legga questa mia interpretazione del caso Paglialunga come una minimizzazione, riflesso di un rapporto tra di noi che risale al 1990 quando eravamo entrambi consiglieri comunali di opposizione.  

Non è così anche perchè Mario il Leggero fu uno di quelli che insinuò l'esistenza di giri strani e indicibili in occasione della mancata presentazione della lista della Lega Nord alle comunali del 2012, e per questo ho ancora qualche buona ragione per essere incazzato con lui. Ma le questioni personali sono altra cosa rispetto alla politica e non possono fare velo a un giudizio equanime ed equilibrato su quanto accade nella realtà amministrativa di Fabriano.
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19 novembre 2014

Castelletta e l'insostenibile leggerezza del sagramolare

La storia ci ha abituati a grandi, e spesso irrisolte, pulsioni indipendentiste: quella etnolinguistica e sovranazionale dei Paesi Baschi, quella economica della Catalogna, quella mite degli scozzesi, quella sanguinosa e sconfitta dell'Irlanda del Nord e, per certi versi, anche quella produttivista animata per lungo tempo dalla Lega Nord in terra padana

A ridosso di queste grandi opzioni, nel corso degli anni, si sono verificate anche secessioni minori slegate da fattori identitari come, ad esempio, quella di alcuni comuni della Valmarecchia che, qualche anno fa, decisero di lasciare le Marche e di essere annessi all' Emilia Romagna. 

Di certo non avremmo mai scommesso un cent su un desiderio di secessione interno al territorio fabrianese e men che meno che a farsene interprete fosse una delle molte frazioni che popolano il vasto comprensorio comunale. 

Invece l'inimmaginabile è accaduto anche se, per ora, sembra più un'ipotesi giornalistica che una possibilità concreta: Castelletta vuole lasciare Fabriano per andare con Serra San Quirico perché i suoi abitanti sono delusi e insoddisfatti per come vengono trattati e considerati dal Comune. 

Messa così fa un po' sorridere anche perchè dubito che a Serra San Quirico si muoia dal desiderio di avere una frazione in più, visto che si è conclusa da tempo la furba stagione del "più abitanti più trasferimenti statali"; e questo ha il suo peso, perché quando uno se ne va deve pur esserci qualcuno disposto ad accogliere. 

Inoltre dubito che a Serra San Quirico ci siano salsicce gratis attaccate ai fili ma piuttosto una crisi assolutamente allineata con quel che accade a Fabriano che ha irradiato i suoi problemi e le sue difficoltà su gran parte del territorio montano. 

Si tratterebbe, quindi, di una secessione senza vantaggi per chi se ne va, per chi resta e per chi, eventualmente, accoglie. Il che consiglia di lasciare le cose come stanno e di non scatenare una tempesta in un bicchier d'acqua. 

Resta invece intatto il valore sintomatico della provocazione lanciata dagli abitanti di Castelletta e cioè che l'amministrazione comunale di Fabriano è sempre più percepita come una entità ostile, una sovrastruttura politica che complica la vita invece di semplificarla, una realtà lillipuziana che scoraggia e sfiducia i cittadini imprigionandoli attraverso la trama di mille fili amministrativi, mille vincoli fiscali e mille aneddoti di disservizio

Desiderare di andarsene è, di conseguenza, naturale e comprensibile ed è sicuramente eclatante che a paventarlo sia una comunità, per quanto piccola, di cittadini. In realtà è in atto una secessione molto più grave di quella minacciata a Castelletta; una secessione individuale e molecolare che trasforma onesti cittadini in nemici delle istituzioni locali; una secessione che rende insopportabile la fedeltà fiscale e spinge a desiderare il default del Comune e dei suoi conti. 

Si tratta di una secessione civica del singolo che la politica sottovaluta, ritenendola addirittura funzionale ai suoi desiderata, perché si ritiene a torto che un senso civico inaridito diminuisca le facoltà critiche e riduca il dissenso a folklore e parvenza. 

In realtà si tratta di un'erosione che indurisce gli animi e radicalizza i punti di vista ma è difficile da far intendere a chi ha un desiderio sopra tutti gli altri: fare un deserto e chiamarlo pace. ieri sera, In Consiglio Comunale, un consigliere di opposizione ha riportato un'affermazione del primo cittadino, secondo il quale un'eventuale secessione di Castelletta consentirebbe di avere un problema in meno. 

Non credo molto a queste parole e non penso che esse corrispondano alla traccia di un pensiero politico reale, ma personalmente mi auguro siano vere perché la rivendicazione di un disinteresse istituzionale è un ottimo viatico per rendere sempre più esteso e profondo il processo di secessione individuale

Una vecchia talpa che scava e poi ancora scava. E tutto quel che va nella direzione del "chioppo" non deve preoccupare o indignare ma farci allegri e speranzosi: è l'insostenibile leggerezza del sagramolare.
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18 novembre 2014

Suor Angela fabrianese mette in crisi Giancarlone



Siamo tutti molto grati alla fiction e alle monachelle televisive per averci regalato scorci catodici della nostra città, immagini a volo d'aquila di cui non avremmo mai immaginato di godere e una notorietà che non ci aveva garantito neanche il collasso della Ardo con i suoi 2.500 dipendenti e il suo miliardo di fatturato andato magicamente in fumo.

Di certo non pensavamo che attorno a Suor Angela - al secolo Elena Sofia Ricci - si consumasse una polemica capace di scuotere l'unità della coalizione che governa la nostra città. 

Un'unità che non ha scricchiolato di fronte alla dissoluzione dell'industria locale, al mostruoso surplus immobiliare che ha svalutato il capitale dei fabrianesi, alla fuga di una giovane generazione che se ne è andata portando via intelligenza e dinamismo.

Niente e nessuno è stato in grado di erodere la granitica compattezza del centrosinistra fin quando non è stata depositata la proposta di far diventare fabrianese la protagonista della fiction spacchiana, che pare abbia spinto il Sindaco a chiedere a Pariano - uno che adora pestare l'acqua nel mortaio - di ritirare la proposta, come se tanto, indicibile nulla potesse contenere un qualche nucleo di turbativa politica.

Si tratta di un caso limite, di una situazione border line che fa pensare al sopraggiungere di un crollo perchè la differenza tra le finzioni della politica e la realtà dei problemi non può mai oltrepassare la soglia di decenza e di tolleranza.

In Unione Sovietica nel 1984, ossia nel momento di massima crisi del sistema, divenne segretario generale del Partito Constantin Cernenko, una vecchia mummia malaticcia rapidamente stroncata da uno di quei celebri raffreddori che tanto facevano discutere i cremlinologi. 

Nel bunker di Hitler, tanto per proseguire su questa linea, pare si tenessero splendide serate danzanti mentre l'artiglieria dei russi martellava a pochi chilometri dal centro di Berlino.

Ciò per dire che, di norma, al massimo della crisi corrisponde sempre il massimo dell'ottusità politica, del lassimo interiore e del baloccarsi fino alla fine con tutte le cazzate che si presentano a tiro.

Leggendo la notizia della residenza onoraria a Suor Angela mi sono cadute le braccia e altre appendici corporee meno nobili da riferire. Poi, a freddo, ho pensato che va bene così perchè questo livello di bassezza politica è probabilmente il segnale di un imminente collasso che attendiamo fiduciosi.

E' proprio il caso di dirlo: suor Angela val bene una messa!
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13 novembre 2014

Su cani e bici ai Giardini Leopardi dedica una poesia a Sagramola

Giacomo Leopardi - venuto a sapere del niet opposto da Sagramola alla revisione del Regolamento di Polizia Municipale, laddove esso tratta di accessi di cani e bambini in bici nei parchi cittadini - ha inviato al Sindaco di Fabriano una dolente poesia che volentieri pubblichiamo.

Sempre cari mi furon quei Giardini
e quel divieto che da tanta parte
del gioco quotidiano cani e bici esclude
Ma proibendo e  divietando
canine feci e pericolosi infanti in bici
io nel governar mi fingo, ove per poco
il cittadin non si spaura.
E con anziano piglio guardo
passar tra queste piante, io quello
infinito pedalar alle decision mie vo comparando:
e mi sovvien l’eterno,  e le prossime elezioni
e le passate e vive e il suon di loro.
Così tra questa idea che un parco è solo un parco
s’intruppa il pensier mio
e il naufragar d’un Sindaco che non sa fare
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11 novembre 2014

La Rift Valley che minaccia Fabriano

Il Presidente della Caritas di Fabriano ancora una volta ha lanciato l'allarme sulla diffusione virale della povertà nel territorio fabrianese. Un Ebola sociale che, col passare del tempo, sta cambiando la sua morfologia sociologica: non più effetto collaterale della migrazione straniera ma dato strutturale in cui sono gli italiani la quota preponderante di indigenti assistiti dalla Caritas.

Parliamo di cifre astronomiche per un territorio che vantava tassi di disoccupazione tedeschi e poteva permettersi il lusso di importare manodopera dalle zone limitrofe. In pochi anni la situazione si è ribaltata nel suo contrario, a riprova che il blasonatissimo modello produttivo merloniano era una mela bacata all'origine, un esperimento industriale destinato a infrangersi al primo surriscaldamento prodotto dalla globalizzazione della produzione e dei mercati.

Questa repentina mutazione economica e antropologica ha prodotto, a Fabriano, una divisione di classe di tipo africano: da un lato una fascia di ancora ricchi e benestanti e sotto una grande suburra di impoveriti, che dopo aver conosciuto l'etica nefasta del metalmezzadro si apprestano a diventare sottoproletari isolati e bastonati.

La rappresentazione più plastica ed eclatante di questa divisione è sintetizzata dal contrasto tra le code al Social Market e quelle alla Pinacoteca Comunale. Evitare che questo ossimoro visivo diventi una contraddizione insanabile in una comunità spaccata da una Rift Valley sociale, è un impegno che coinvolge tutti e chiama a rapporto l'intera classe dirigente e politica fabrianese.


Perché non ci sarà un nuovo inizio “turistico e culturale” della città se le azioni propedeutiche che ciò presuppone saranno percepite dai nuovi sottoproletari – tenuti a bada dalla droga leggera degli ammortizzatori sociali - come il passatempo di una borghesia ricca e giocherellona.

Maria Antonietta diceva che al popolo affamato bisognava dare brioches e anche per questo fu prima rinchiusa alla Concergerie e poi decapitata alla Concorde. Fabriano, se vuole salvarsi (e il dubbio che questo desiderio sia davvero forte e diffuso aleggia ininterrottamente) ha bisogno di conciliare il pane e le brioches facendone metaforicamente prodotti complementari e alleati.

Si tratta di una strategia politica robusta, coraggiosa e non retorica, su cui si giocherà la legittimità stessa della politica locale e la sua capacità di condurre fuori dal guado una comunità risucchiata dall’inerzia e dall’attesa di un miracolo che non c’è e che non ci sarà.
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