24 marzo 2017

La ciccia, la fuffa, gli armadi e le ante

La partita elettorale delle comunali è polarizzata su due versanti: la ciccia  e la fuffa. La fuffa è tanta e, per ora, ha occupato per intero la scena.

E' una prevalenza naturale perchè gli effetti speciali intrigano, le cene dove si mangia e si trama sono più chic dei vertici istituzionali, le scissioni e i dissensi attirano più dei patti e degli accordi.

Questa campagna elettorale è così generosa di fuffa da aver fatto sparire la ciccia. Il risultato é un confronto in cui non si assaporano né grasso né proteine ma si procede a vista tra aromi dozzinali e odori contraffatti.

Eppure di ciccia ce ne sarebbe a iosa, ma poco si nota perchè è roba per palati fini. La ciccia del voto la potremmo denominare armadio. Ma sarebbe meglio dire armadi. E quando ci sono di mezzo gli armadi e le ante non bisogna soffermarsi solo sull'oggi ma guardare oltre, perchè il presente sicuramente ispira ma certamente nasconde e ripara.

E' il lungo periodo il punto di vista che serve per capire, perchè il passato è sempre uno straordinario contenitore di collegamenti, di eredità, di memorie e di spiegazioni. E' il lungo periodo che spiega e dà senso all'armadio.

Il centrosinistra è in affanno, coltiva ossessivamente timori, chiama alla resistenza larga contro i barbari perchè deve difendere 25 anni di governo della città

Non si tratta di una difesa politica ma di un timore arcano, del terrore che un'eventuale sconfitta spinga i vincitori ad aprire gli armadi e a rivelare i segreti, le commistioni, le corsie preferenziali e le zone grigie che, inevitabilmente, hanno segnato un ventennio di governo di una città che non ha mai vissuto e praticato le sanissime virtù civiche e politiche dell'alternanza.

Quando si governa per decenni i rapporti si fossilizzano, la routine diventa lo schema dominante e il sistema si assesta attorno a un dualismo insopportabile di soggetti inclusi che si sentono intoccabili e di gente tenuta scrupolosamente fuori che cova rivalse e rancori. Come avrebbe detto Saint Just, non si governa senza colpe.


Tale dicotomia, se un ciclo politico dovesse concludersi con una sconfitta, verrebbe messa integralmente in discussione ed è per questo che l'alternanza non costituisce solamente un cambio di maggioranza politica ma una trasformazione del sistema di relazioni attorno al quale sono stati costruiti, nel tempo, egemonia e consenso.

Per la prima volta, dopo venti anni, la scomposizione dell'elettorato - a livello nazionale e locale - e la gestione dilettantesca del PD cittadino prefigurano la possibilità concreta di un cambiamento politico.

Che ciò accada non è scritto da nessuna parte, che ciò sia auspicabile non è detto e che l'esito dipenderà da diversi fattori è sicuro. Di certo il risultato delle elezioni sarà influenzato anche dalla dimensione della rete di interessi consolidatasi attorno al centrosinistra.

Più la rete risulterà ramificata ed estesa più forte sarà il richiamo della foresta a fare quadrato in modo conservativo, perchè quando si governa per venti anni consecutivi non è in ballo soltanto il consuntivo di un mandato amministrativo ma entra in scena l'ombra di un sistema di potere più articolato e complesso.

L'alternanza frequente che non abbiamo conosciuto evita, appunto, la formazione dei sistemi di potere e, di conseguenza, gli appuntamenti elettorali epocali, le ordalie e quelle piccole apocalissi che di solito producono l'apertura di porte, finestre, armadi e spifferi.

Ed è esattamente questa la vera ciccia delle comunali che si cerca di escludere dalla scena, la sostanza che spiega scelte e comportamenti che, a prima vista, possono sembrare oscuri e incomprensibili.

Per capire basta scavare a fondo e guardare lungo. Fare surfing sulla fuffa è di sicuro divertente ma non aiuta, non basta e non spiega.
    

22 marzo 2017

Il volo dei mosconi, il silenzio dei grillini e la Notte della Taranta

Il posizionamento iniziale delle forze politiche, di solito, si determina senza troppi colpi di scena. Si costruiscono le liste, si delineano le alleanze e si indica il candidato sindaco. Il clamore si riserva al nome del prescelto perchè attraverso il suo profilo si possono immaginare, almeno in parte, le scelte politiche del futuro.

Questa tradizione del posizionamento iniziale, nella nostra città, è stata completamente stravolta. Le uniche certezze sono la candidatura di Balducci per il Pd e di Santarelli per il M5S. Intorno a loro un cumulo di inconcludenza e di gente che si muove con la stessa armonia di movimento dei mosconi che piombano in casa ronzanti ma poi non riescono a trovare uno spiffero da cui uscire.

La saga del centrodestra è ormai giunta al romanzo demenziale in cui si sommano divisioni, egoismi e tentazioni di fare accordi con il PD; a sinistra del Pd si vocifera di due liste - una socialista e una progressista -  ma non si capisce bene se esiste un candidato sindaco unico o più di uno o addirittura nessun candidato sindaco e nessuna lista. A destra del Pd, ovvero tra il centro e la destra, appare e scompare un'Altra Fabriano che fa circolare loghi e candidati e poi svapora come se il suo stesso sorgere fosse più un avvertimento che un annuncio.

L'inconcludenza diffusa e il movimento dei mosconi, per ora, tirano la volata ai grillini a cui basta restare fermi ed educati per trarre il massimo profitto con il minimo sforzo dalla cinetica mattocchia degli avversari.

Non sappiamo quali saranno le conseguenze di questo movimento isterico e compulsivo delle forze politiche, di questa Notte della Taranta che sembra travolgere tutto e tutti. Di certo questo mix di comportamento sconclusionato e di miseria politica è un potente fattore di delegittimazione per tutta quella vecchia area di centrodestra e centrosinistra attorno a cui, fino a qualche anno fa, ruotava per intero la dialettica politica locale.

Non a caso circolano voci sempre più insistenti di richieste accorate, provenienti dal centrosinistra e rivolte al centrodestra, a fare presto, a trovare un candidato che eviti un'emorragia di voti dai berlusconiani al M5S.

E' il sintomo del caos che diventa inciucio, di affratellamenti promiscui che allontaneranno ancora di più l'elettorato tradizionale di queste aree politiche. Se la parola d'ordine era agire per tagliare l'erba sotto ai piedi dei grillini si può dire con certezza che i comportamenti concreti dei protagonisti hanno prodotto l'effetto contrario, ovvero conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali.

La sarabanda di questi giorni, tra l'altro, è parte integrante del giudizio di affidabilità che gli elettori daranno delle persone e dei partiti. E sarà molto difficile convincere i cittadini che il volo dei mosconi rappresenta una garanzia di qualità e di spessore contro il pericolo grillino e qualcosa per cui vale la pena rinunciare a una calda giornata di mare.
    

16 marzo 2017

Donatello San Pietro e le belle statuine


La statua di San Pietro Martire, attribuita a Donatello, è diventata il centro della discussione pubblica. La prima tentazione è quella snob e benaltrista, ovvero osservare la vicenda interpretandola come un diversivo rispetto ai grandi temi della crisi: abbiamo 5.000 disoccupati e stiamo a cazzeggiare con una statua di legno. 

L’approccio snob è più che giustificato dalla “qualità” delle discussioni in corso. Da un lato c’è chi concentra tutta l’attenzione sull’attribuzione della statua lignea a Donatello; dall’altro chi è morbosamente attratto dal giallo delle autorizzazioni al restauro, dal mistero delle procedure violate, dalla rumorosa sponsorizzazione sgarbiana - rispetto alla quale il Comune ha fatto la figura della bella statuina – e dal ruolo puntualmente ambiguo della Fondazione Carifac

Chi ricorda la storia dei falsi Modigliani nel 1984, quando l'attribuzione cazzara di alcune teste trovate in un fosso ingannò anche critici del calibro di Giulio Carlo Argan, sa bene che la prudenza è un vaccino fondamentale rispetto al riconoscimento precipitoso delle "mani d'autore". Così come sappiamo bene che la proprietà di un’opera e le autorizzazioni all’esposizione e all’utilizzo temporaneo sono questioni minori rispetto al tema dell’universalità dell'accesso alle opere d'arte.

Per intenderci meglio con un altro esempio locale: se Ester Merloni dona opere d'arte al Comune il tema non è il passaggio di proprietà ma una gestione di quelle stesse opere finalizzata al pubblico godimento

Ed è esattamente questo lo snodo politico fondamentale su cui nessuno sta intervenendo: l’assenza di una politica della cultura in grado di connettere arte e turismo e di coordinare competenze che la città, ad oggi, non offre se non in forma isolata e sporadica. In questa città, in cui la cultura è stata sempre ritenuta il perimetro di fannulloni e spostati si è ritenuta eccentrica, rispetto ai bisogni produttivi dell’industria, ogni sensibilità o visione che fosse estranea alle dinamiche della lamiera. 

Di conseguenza è demenziale, oggi, anche il solo immaginare una gestione autoctona del patrimonio culturale perché niente fruttifica senza una combinazione di persone, competenze, contesti e strumenti.  

Io non so se la statua lignea di San Pietro Martire sia davvero di Donatello o meno. Nel caso non credo che Fabriano sia in grado di valorizzarla e di costruire attorno ad essa percorsi di accesso e di fruizione. Semplicemente perché l’arte non fa parte del sentiment del nostro sistema politico e decisionale.  

Per questo l’eventuale San Pietro di Donatello lo vedo meglio altrove, magari al Palazzo Ducale di Urbino, sede della Galleria Nazionale delle Marche, dove rischia meno che qui di essere usato giusto per garantire venti coperti al ristorante amico e qualche sporadico incasso a una Pinacoteca in eterno deficit di risorse e di accessi.
    

14 marzo 2017

I politici fabrianesi, i social e i leoni da tastiera

Nelle ultime settimane Giancarlo Sagramola è intervenuto più volte, linkando autorevoli interventi di esperti, sull'uso distorto dei social e sui temi della reputazione on line.

Lo ha fatto chiamando in causa, con toni tra il costernato e il sarcastico, opinionisti di vallata, leoni da tastiera e tutti coloro che utilizzano i nuovi media per veicolare opinioni e alimentare polemiche politiche.

Non è da escludere che la riflessione critica del Sindaco possa nascere da una sua percezione e cioè che sia stata la pressione dei social a convincere il PD a non ricandidarlo per il secondo mandato. Non possiamo né saperlo né supporlo. 

Di sicuro il quinquennio sagramoliano è stato segnato a fuoco da una relazione strettissima e intensa tra la politica e i social. Ed è in questo specifico contesto che si è consolidato il giudizio politico dominante sull'operato del primo cittadino. Molto più di quanto si potesse immaginare e di quanto lui stesso potesse supporre.

Sagramola e la sua coalizione - abituati alle dinamiche lente e sedentarie del confronto politico più tradizionale -  hanno snobbato e sottovalutato le potenzialità d'impatto dei social, la viralità dei messaggi e delle opinioni, la potenza reticolare dei blog, il potere di influenzamento delle comunità virtuali e il cambiamento radicale nel modo di concepire e produrre l'informazione, compresa quella locale.

Di fatto Sagramola ha orgogliosamente scelto di non esserci più di tanto, di non presidiare sistematicamente il mezzo, di rinunciare a qualsiasi azione programmata e mirata di personal branding. Questo elitismo di matrice neocattolica ha lasciato campo libero a tutti gli altri, compresi moltissimi detrattori, che sono diventati i veri artefici e gli unici costruttori della reputazione on line del primo cittadino, con tutte le deformazioni che una rinuncia di questa portata è in grado di determinare. In fondo si tratta di un principio naturale: spazio abbandonato, spazio occupato.

Di conseguenza ciò che al Sindaco appare oggi come un utilizzo distorto dei social non è altro che il risultato della sua consapevole assenza da quel fondamentale circuito mediatico, della rinuncia a soddisfare le condizioni che consentono dare energia e potenza alle relazioni di fiducia e di credibilità on line: produrre contenuti, partecipare alle conversazioni, alimentare connessioni e sfruttare la circolarità dello scambio di idee e di esperienze all'interno delle community.

In realtà il rapporto tra Sagramola e i Social non è interessante in sé ma in quanto emblematico di un modo di pensare assai diffuso tra la classe politica, che fatica ad assimilare un concetto strategico e ciò che la costruzione del consenso sta cambiando modelli realizzativi e luoghi di attuazione, trovando nei social media uno spazio congeniale e pervasivo di formazione, sviluppo e consolidamento.

La pagina #Fabriano di Facebook, a titolo di esempio, conta circa 7.000 iscritti ed è la piazza pubblica più affollata della città, il luogo virtuale in cui transitano la maggior parte dei messaggi che riguardano la comunità. Ad ogni messaggio pubblicato gli iscritti ricevono una notifica che richiama l'attenzione, a riprova di una enorme potenzialità di interazione che produce effetti profondi, impatti politici estesi e condizionamenti che agiranno anche nelle elezioni comunali di primavera.

Gli opinionisti di vallata, i leoni da tastiera, gli scassamaroni virtuali, di conseguenza, non sono figure maligne di un bestiario che mescola gogne medievali e veicoli postmoderni, ma persone in carne e ossa che usano gli strumenti disponibili senza prendere moralisticamente a pugni la realtà. 

Un uomo pubblico può ignorare il fenomeno di comunicazione più eclatante del nostro tempo, ma deve rispettare una condizione: fare una severa autocritica quando è la sua assenza spocchiosa e volontaria la vera causa della sberla che arriva. Si chiama responsabilità. Diversamente ha un altro nome: scaricabarile.
    

13 marzo 2017

Perchè il PD rischia una batosta

La campagna elettorale non è ancora decollata perchè, nonostante il Movimento 5 Stelle abbia impresso una forte accelerazione alle scelte, il "fiato alle trombe" non si avrà fin tanto che tutti gli schieramenti principali non avranno definito compiutamente il profilo della propria compagine

In attesa che il centrodestra esca dal pantano in cui si è allegramente cacciato - ed è assai improbabile che possa uscirne in modo dignitoso e spendibile - è interessante spendere qualche parola su quel che sta accadendo dalle parti del PD.

Il dato di partenza è che, per ora, la candidatura di Balducci non decolla e di certo non lo hanno aiutato alcune uscite che sono sembrate più da assessore al turismo che da possibile primo cittadino, oltre che un po' stonate rispetto alle sfide di una questione sociale brutalmente riemersa con la crisi della Tecnowind. 

In realtà la questione politica più rilevante di questa fase è che il PD fatica a costruire una coalizione e sembra schiacciato in uno schema di alleanze, tra l’altro neanche solidissime, con l’UDC e con una lista civica di centro ispirata da Ottaviani

Alla fine dei giochi è probabile che venga messo in piedi il classico raggruppamento verde, una lista civetta necessaria per dare un po’ di colore a una riproposizione della DC che, stavolta, non avrà neanche quella copertura minima a sinistra che, in passato, serviva per dare agli elettori l'illusione ottica di un centrosinistra possibile. 

Da questo punto di vista è sintomatica la nascita del raggruppamento che si sta condensando attorno al Dott. Vinicio Arteconi e ad altri storici esponenti della sinistra fabrianese. Non si tratta di scissionisti del Partito Democratico ma di figure della sinistra sommersa che, potenzialmente, possono pescare consensi in un'area di elettorato che, a livello nazionale, non si riconosce in Renzi  e nella politica del PD fabrianese.

Tra l'altro è possibile che il panorama elettorale si arricchisca, a breve, di un'ulteriore lista di sinistra, a sua volta poco propensa a interpretare il ruolo di cespuglio del PD. Resta da capire, quindi, quali rapporti politici si svilupperanno in questo “arcipelago progressista” e se si articolerà un disegno attrattivo a sinistra del PD. 

Se tale operazione andasse in porto il PD rischierebbe concretamente di non superare il 30% al primo turno, con grandi rischi di tenuta in caso di ballottaggio, perché appellarsi alla sinistra per fare fronte contro i grillini farebbe molta meno presa del medesimo "richiamo della foresta" utilizzato in passato per fermare la destra, come accadde dopo il comizio di Gianfranco Fini nel ballottaggio tra Sorci e Carmenati nelle comunali del 2007.

Di fatto la crisi della destra, la forza oggettiva del brand grillino e la nascita di liste a sinistra non contigue al PD pone il principale partito di governo in una condizione di isolamento che è la meno congeniale possibile per un partito che ha nel suo codice genetico la capacità di organizzare e aggregare coalizioni e la più adatta a configurare il rischio di una batosta epocale e forse definitiva.

Alla fine, come sempre, decideranno i fabrianesi ma l'inerzia iniziale delle cose non sembra avvantaggiare i democratici. E non sarà certo una statua ligna del Donatello restaurata e forse esibita come trofeo elettorale la linea di demarcazione tra la vittoria e la sconfitta.
    

10 marzo 2017

Fabriano: c'è chi soffre e chi cazzeggia

La rappresentanza politica dovrebbe essere una cosa seria, quasi nobile se interpretata correttamente perché connessa alla capacità di sintetizzare aspirazioni e interessi di quel popolo che è costituzionalmente e a tutti i livelli il titolare della sovranità

Ma la rappresentanza politica contiene dentro di sé un grande rischio che si fa sempre più concreto e quotidiano, quello di un distacco radicale da ogni relazione coi cittadini e con le loro esigenze che dovrebbero essere "messe a sistema".

Quando si smarrisce del tutto questo contatto fecondo la pianta perde linfa e si secca. La rappresentanza politica si trasforma in rappresentazione, in una commedia in cui non vengono neanche messe in scena le qualità e l'acume dei singoli ma soltanto l'infima dimensione delle loro brame. 

L'effetto di tale scadimento è letale: si ridicolizzano la democrazia e la dignità del sistema politico, si offende l'elettorato e si delegittima il valore fondante della rappresentanza. 

È il capolavoro al contrario di cui è stato capace, nel giro di pochissime ore, il centrodestra fabrianese: fingere unità di intenti tra quattro amici al bar, accaparrarsi sigle, bruciare candidati, convocare inesistenti conferenze stampa e infine il "tutti a casa", un 8 settembre pedemontano concepito per soddisfare l'ego asfittico di chi, per un paio di mesi, sente il bisogno irresistibile di fregiarsi di un titolo provvisorio, senza corona e senza scorta: quello di "candidato Sindaco", tentazione inesauribile e macchiettistica di un'italietta eterna che puntualmente riemerge tra le mille pieghe di questo nostro Belpaese. 

Il suicidio senza dramma del centrodestra, il suo autolesionismo divertente e trombone non meriterebbero neanche un rigo di pensiero se la città - in concomitanza con questa esibizione trasteverina che avrebbe divertito e ispirato pure un Trilussa -  non fosse di nuovo attraversata da un drammatico rigurgito di crisi industriale, con i lavoratori della Tecnowind in sciopero e pronti a forme di lotta importanti a difesa del posto di lavoro, dello stipendio e del proprio futuro

Ieri è stata una giornata particolare: da una parte c'è un pezzo di città che soffre per il lavoro; dall'altra un pezzo di politica che gioca, cazzeggia e trama per il caldo di privatissimi deretani. 

La sintesi dei problemi della nostra città è tutta incardinata in questo confronto asimmetrico che è, allo stesso tempo, simbolico e materiale. Come ho scritto qualche giorno fa, riprendendo il titolo di una canzone di Luciano Ligabue, è il fossato profondo e incolmabile che separa palco e realtà.

La realtà merita rispetto e narrazione. Il palco, al massimo, una smorfia distratta.
    

9 marzo 2017

Il detto e il non detto del caso Tecnowind

Una vertenza aziendale non riguarda solo le persone direttamente coinvolte ma coinvolge - a cerchi concentrici - le istituzioni, il territorio e i cittadini perchè le ricadute di una crisi d'impresa non sono mai a effetto delimitato e circoscritto.

Di conseguenza la manifestazione dei lavoratori della Tecnowind, azienda che da più di un lustro vive una situazione di crisi irrisolta, rimette al centro il tema della crisi industriale che da tempo sembra sparito dalla scena e quasi digerito in un grande adattamento collettivo alle cattive notizie.

I lavoratori della Tecnowind protestano per il mancato pagamento di alcuni stipendi e parte della contestazione in corso ha coinvolto, simbolicamente, un gruppo di banche accusate di non sbloccare le linee di credito necessarie per erogare le retribuzioni.

Valutando la situazione senza contestualizzare il punto di vista si giunge a una conclusione logica e cioè che una moral suasion istituzionale sugli istituti di credito sia lo strumento più efficace per rimettere in moto la situazione e far rientrare la protesta. Ed ecco quindi gli appelli alla Regione Marche e al Ministero per lo Sviluppo Economico.

In realtà la partita è assai più complessa perchè al centro della scena c'è l'assetto proprietario dell'azienda, ovvero le trattative per la vendita della Tecnowind a un Fondo straniero che sembrano da tempo arenate in una dimensione interlocutoria.

La natura transitoria di questa fase non può che imporre prudenza alle banche; una prudenza accentuata dallo "storico", ossia da quanto accaduto non più tardi di quattro anni fa quando il Fondo Synergo, a quel tempo proprietario di Tecnowind, decise di vendere la sua quota al valore simbolico di un euro, l'equivalente di un cornetto Algida.

La temporanea salvezza della Tecnowind si determinò sulla base di tre elementi: la vendita a prezzo simbolico, la richiesta di concordato preventivo con proseguimento dell'attività ratificata dal Tribunale e il conseguente sblocco di liquidità concesso dagli istituti bancari.

A distanza di quattro anni la proprietà subentrata nel 2013 sta cercando un acquirente e il mancato pagamento di alcuni stipendi non è altro che il segnale più evidente di un'azienda che vive una difficoltà strutturale che ha superato il livello di guardia.

Le manifestazioni, gli scioperi, i cortei e le proteste dei lavoratori sono una reazione naturale, legittima, comprensibile e, per certi versi, sacrosanta. Questa effervescenza però, che piaccia o meno, può mettere tra parentesi ma non certo cancellare l'interrogativo di fondo e cioè se Tecnowind, dal punto di vista industriale e operativo, sia o meno un'azienda sostenibile e di conseguenza appetibile per un Fondo che da un'eventuale acquisizione deve conseguire una redditività superiore a quella garantita dai titoli di Stato.

La sostenibilità industriale di un'azienda privata e la sua competitività dipendono sempre da sé stessa e dalle sue relazioni col mercato. Lo Stato, le istituzioni e le banche possono creare contesti favorevoli ma non hanno alcun potere per intervenire sull'efficacia e l'efficienza della gestione.

E' questo il dato di partenza. Ometterlo significa illudere i lavoratori e rendere ancora più difficile e lontana la ricerca di una soluzione di lungo periodo.
    

7 marzo 2017

Tra palco e realtà: perchè non racconterò la campagna elettorale

Quando la politica, come sta clamorosamente accadendo a Fabriano, perde il senso del dramma e dei problemi diventa un'attività noiosa, attrae persone mediocri e border line, si concentra sulle minuterie e restituisce un dislivello terrificante tra la qualità delle questioni da affrontare e la caratura politico amministrativa dei protagonisti.

Registrare criticamente tale dislivello, per quel che mi riguarda, significa scegliere di non raccontare una campagna elettorale che avrà solo rarissime connessioni con la situazione della collettività fabrianese e del territorio. 

La campagna elettorale, già di suo, spinge i contendenti a dare il peggio di sé, a edulcorare la verità, a spingere l’acceleratore sulle fantasie più sfrenate, a eliminare qualsiasi riferimento al costo e alla sostenibilità delle promesse e dei programmi. 

Di conseguenza quando già prima del fischio di inizio é impercettibile ogni riferimento di analisi, riflessione e proposta politica a una realtà con 5.000 disoccupati e un grave spopolamento in atto, è giocoforza immaginare una campagna elettorale che allargherà ulteriormente la forbice tra “palco e realtà”. 

Raccontare la campagna elettorale, in queste condizioni, significherebbe amplificare il rumore delle cazzate, rincorrere nani e ballerine, donare luce e clamore a personaggi di terza fila, rendere digeribile un gioco di ruolo in cui si compete tenendo al centro culo e camicia.

Il narratore diventerebbe inevitabilmente complice, una sorta di presentatore dello spettacolo circense anche se decidesse di differenziarsi ricorrendo a uno stile distaccato e a un approccio tagliente e critico. 

Per queste ragioni diserterò la campagna elettorale per le prossime comunali, perchè scrivere di miserie rende miseri. Le uniche eccezioni alla regola dell’assenza me le concederò ogni qualvolta i candidati diranno qualcosa che, a mio giudizio, sia davvero problem-based, basata su una conoscenza profonda, sincera e non strumentale dei problemi. 

Diversamente si diventa i megafoni di qualche personaggio in cerca d’autore. Un destino pirandelliano che preferisco evitare.
    

14 febbraio 2017

La sfida di Balducci: uscire da questa foto




Questo scatto é stato realizzato dal giornalista Claudio Curti, durante la conferenza stampa di presentazione di Giovanni Balducci. Fossi il segretario di quel partito mi morderei le mani perchè  sintetizza, con la potenza dell’istante cristallizzato in un’immagine, l’urgenza politica con cui il candidato a Sindaco del PD dovrà cimentarsi nelle prossime settimane: uscire da questa foto, allontanarsene in fretta e senza voltarsi indietro. 

Il fotografo francese Henri Cartier-Bresson diceva che “una fotografia non è né catturata né presa con la forza. Essa si offre. È la foto che ti cattura”. Il messaggio politico che emerge dalla foto di gruppo del PD è quello di un partito svuotato, consunto, da cui non ti aspetti una svolta ma un precipizio di idee, coi i giovani indistinguibili dai più anziani; una foto dove domina un misto di tristezza e rassegnazione che rimanda alle foto di famiglia inviate ai soldati al fronte più che allo spirito di una forza moderna che si prepara a una battaglia decisiva per il futuro della città.  

Leonardo Sciascia avrebbe detto che é questo “il contesto” in cui nasce e matura la candidatura di Balducci, il sigillo politico e visuale di una scelta che sembra rivendicare, rispetto al recentissimo passato, un solo elemento di continuità: quello cattolico-penitenziale che, nonostante le profonde differenze di carattere e di visione, sembra allineare Sagramola e Balducci in un tratto comune. 

Il dato politico è più semplice di quel che sembra: Balducci può farcela, ma se vuole entrare da vincitore a Palazzo Chiavelli deve smarcarsi dalle spire di questa foto, superare l’idea che si possa costruire una relazione efficace con la città con cinquanta sfumature di grigio e un disegno che non prenda brutalmente le distanze da un passato prossimo in cui la politica ha perso le tracce dei problemi e delle questioni rilevanti che riguardano la città. 

In questo frangente il Pd di Fabriano si trova nel punto di massima debolezza, con un gruppo dirigente inadeguato e ondivago, una militanza ridotta a quattro amici al bar, un'incidenza irrilevante sulla scena politica fabrianese e l'incognita delle conseguenze locali che si genereranno sull'onda del conflitto interno al partito a livello nazionale.  

Balducci per ora fatica a suscitare entusiasmi ed é il candidato di un partito debole: due condizioni in apparenza negative ma potenzialmente stimolanti e irripetibili per muoversi in libertà, ridurre mediazioni e contrattazioni e alimentare strappi vitali occupando praterie in cui si possano sciogliere le trecce ai cavalli. 

Se scarta di lato, Balducci può uscire da quella foto e fare come Gorbaciov nel 1985: entrare in scena come l'uomo d’apparato che non sarebbe andato oltre una prevedibile continuità e poi sviluppare un’azione di rinnovamento a strappi, una perestrojka capace di innalzare il livello di attenzione e di gradimento dei cittadini proprio a partire da un basso livello di aspettative iniziali

Ma ciò sarà possibile nella misura in cui Balducci non verrà frenato dal suo samurai interiore, da quel sabotatore interno che potrebbe condizionarne e complicarne il percorso, incatenandolo in quella foto che rappresenta e incarna il senso stesso di una sconfitta che diventa una profezia che si autoavvera perchè trova una sponda nell'animo del gruppo dirigente del PD. 

Molto dipenderà da come il candidato Sindaco del PD si cimenterà con alcune sfide. La prima è la comunicazione, un campo minato in cui si è infranta l’azione di Sagramola. Balducci sin dalle prime ore da candidato ha sottolineato come la sua scelta sia stata fatta con il cuore ed è probabile che questa immagine diventi un tema ricorrente della sua campagna elettorale. 

Ciò significa che l’Uomo di Attiggio punterà sulla dimensione sentimentale e un po’ avventuriera della sua decisione sapendo che si tratta di un approccio che ha bisogno di una comunicazione conseguente. In questo senso il passo felpato, la parsimonia verbale e l’aplomb distante che caratterizzano Balducci non collimano con le domande di una comunità che ha bisogno di vedere qualche squarcio di passione e di percepire il sentore di buie viscere pervase di energia. 

Un secondo banco di prova per un Balducci gorbacioviano sarà archiviare lo stile Sagramola. Il Sindaco non più Sindaco ha pensato e gestito da uomo solo al comando, ha respinto ogni sussulto popolare col mantra dei soldi, si è fidato dei nemici più prossimi sospettando degli amici più lontani, ha guardato la città dall’alto in basso, etichettando ogni rilievo critico come polemica pretestuosa di distruttori che non ci mettono la faccia e non si sporcano le mani. 

Balducci deve cambiare rotta rispetto a Sagramola e restituendo alla politica una funzione anche empatica: ritrovare le ragioni del dialogo a tutto campo, rifiutare chi garantisce fedeltà sciocche e inutili, vivere i problemi dei cittadini trasformando il Comune da fortezza separata a ospedale da campo in cui si cerca di curare le molte sofferenze di una comunità con 5.000 disoccupati. 

Se vuole differenziarsi da questo segno dell'ultimo quinquennio Balducci dovrà essere algebrico rispetto a Sagramola, ossia mettere un "segno meno" e fare esattamente il contrario di quel che ha fatto Giancarlone

Da ultimo, per uscire dalla foto triste della candidatura, Balducci dovrà indossare i panni dell'iconoclasta e non cedere alla Sindrome della Processione, ovvero non farsi imbalsamare nel ruolo del candidato trasformato in un legno devoto e trasportato a destra e a manca a ricercare una sintesi al ribasso tra Tizio che chiede, Caio che postula e Sempronio che raccomanda.  

Comunicativo, empatico e iconoclasta: una sfida "una e trina" che contiene alcune precondizioni di stile con cui accompagnare un programma che non sia una sommatoria condominiale di sogni e manutenzioni. Una sfida da far tremare i polsi di Balducci, ma anche i baffi e i riccioli da putto mantovano che dovranno diventare una tentazione di freschezza e di innovazione politica, più che un tradizionale e personalissimo ornamento estetico.