23 aprile 2014

Tra Crocetti e BP io sto con Bonafò, futurista de noantri



Sarebbe utile procedere a una disamina del livello di cultura politica di alcuni esponenti della maggioranza, perché correlare la drammaticità della situazione cittadina all’inadeguatezza dei decisori prefigura la certezza di un divario incolmabile tra ciò che servirebbe fare e quanto viene realizzato  o dichiarato. Prendiamo il segretario del Pd, principale partito di governo locale. Tanto per dirne una: mentre fioccano le polemiche sul bilancio partecipativo e sulla formuletta da sagra della trippa, orgogliosamente escogitata da qualche Bertoldo di paese  e spacciata come modello d’innovazione civica, si viene a sapere che sul BP ha deciso di dire la sua il giovane segretario del Pd. Speranzosi fino all’ingenuità abbiamo immaginato le fresche parole del  segretario, i suoi inattesi correttivi di buonsenso, il fiorire di soluzioni creative e di procedure capaci di cancellare l’impronta geriatrica che governa e orienta il pensiero del centrosinistra fabrianese. Invece no. Il segretario Crocetti è arrivato per ultimo. Come “amen”. E si è accodato lesto lesto ma fuori tempo massimo: gli altri decidono, rilanciano e ritrattano e dopo una settimanella  – lemme lemme – giunge Crocetti e ratifica il deja vu, come se quel  suo continuo annuire innanzi a ciò che gli passa sopra conti qualcosina o come fosse sintomo di direzione politica il timbro di ratifica che una Giunta disobbediente gli lascia imprimere su decisioni adottate senza mai troppo discutere. Finora il volenteroso Crocetti ha perso tutti i treni possibili – convogli di sola andata sia chiaro - per mostrare e dimostrare la sua stoffa di politico e di rottamatore locale. Lo ha fatto scegliendo un profilo notarile e assenteista rispetto ai grandi temi che fa a pugni con il disegno politico che lo aveva condotto alla segreteria del PD e con il tratto generazionale che dovrebbe caratterizzarne il pensiero e l’azione. Insomma Crocetti non è rock ma lentissimo. E la posizione assunta sul caso del Bilancio Partecipativo è esattamente un sintomo emblematico di inadeguatezza politica, perché come ha ruvidamente sintetizzato un amico, non giri senza mutande nel pieno di una tempesta di cazzi. Ed è esattamente quel che ha fatto Crocetti, sostenendo la pacchianata sagramoliana e tiniana sul finto bilancio partecipativo. Ma se Crocetti incarna la quintessenza di una delusione politica – dato che il mio iniziale giudizio sospensivo è rapidamente diventato pollice verso – il compagno Bonafoni, dall’alto delle sue molte primavere, rappresenta il culmine della goduria. Non a caso qualche giorno fa rivolsi al Pd, via Facebook, un’angosciosa e appassionata domanda: ma perchè candidate alle Europee la Bonafè quando c’avete Bonafò? E’ un interrogativo irrisolto ma centrale, che trova nuove ragioni nella richiesta inoltrata dall’Uomo del Dopolavoro F.S. di riaprire al traffico un po’ di centro storico e di tagliare qualche ora ZTL. Sostiene Bonafò: far circolare un po’ di auto potrebbe contribuire a rendere meno triste e abbandonato il nostro centro storico. Posso dire una cosa? Ha ragione il prode Bonafò e, mortorio per mortorio, è sempre meglio qualche sgassata sotto l’arco del Podestà che una piazza vuota come in un De Chirico ma senza il fascino di quell’opera pittorica. In fondo il centro storico di Fabriano è, nell'insieme, un esteso e lussureggiante parcheggio a cielo aperto. E per completare l’opera manca soltanto il transito permanente in Corso della Repubblica, un tempo salotto buono e oggi spazio svuotato. A quel punto la bruttura sarà completa in ogni sua piega e ce la finiremo co sta pugnetta del turismo e delle cose belle. Sia di nuovo il tempo delle auto e dei motori. Bonafoni futurista, Marinetti de noantri!

22 aprile 2014

Il vestito nuovo del Re Nudo e le 4 Porte scardinate da Giancarlone

 
In questi giorni mi sono imposto una no fly zone rispetto alla politica fabrianese, coltivando precisi intenti di bonifica umorale e intellettiva. Rimuovere l'esistenza politica di Sagramola, ignorare gli Alianello, i Saitta e tutto il cucuzzaro restituisce un non so che di benessere, un senso di serenità e di candore che rigenera energie ed empatia. Poi stamattina la realtà è tornata prepotentemente a bussare alla porta. Tutta colpa dell'edicola di Via Benedetto Croce che espone le locandine dei quotidiani e l'occhio è caduto su un titolo "strillato" del Messaggero. Appena la retina ha fissato la parola "Sagramola" ho percepito un istintivo e primordiale desiderio di caverna e un'immediata nostalgia per i fumi, gli aromi e i tannini di questo fine settimana lungo, segnato da digestioni da anaconda e da sopori prolungati, naturale effetto dei lunghi e ipercalorici convivi nazionalpopolari della Santa Pasqua. In attesa che il 25 aprile e il 1 maggio ci rapiscano di nuovo, tenendoci in disparte dall'attualità politica, il ritorno in scena dei fantasmi governativi ci ha consegnato una postilla sagramoliana sul gioco a premi, con opera in conto capitale, che la Giunta - con ignoranza ottocentesca - si era permessa di denominare Bilancio Partecipativo. Dopo che Tini si era inventato in solitaria il giochino dell'opera pubblica fatta decidere a 80 cittadini - selezionati in privata amicizia e senza regolamenti dalle Porte del Palio a complemento di infiorate e disfide - Giancarlone ha proclamato, urbi et orbi, il contrordine compagni! Una smentita del primo annuncio che scontenta tutti e buggera i Priori, convinti che 150 mila euro da investire avrebbero preso forma d'opera pubblica in lode e gloria del loro nome e di alleanze tutte trasversali da formulare nelle prossima settimane e prima dell'inizio dei festeggiamenti del Patrono. Le proteste di chi se ne intende di BP e le rimostranze degli eletti - consapevoli che il Civico Consesso sarebbe contato meno di una riunione alla Pisana - hanno spinto Giancarlone alla gaffe che tanto si attendeva. Puntualissimo lo Special One di Palazzo Chiavelli ha comunicato che le Porte non decidono una beata minchia ma si limitano a discutere e a proporre progetti d'opera. La scelta non spetta a loro, sedi di coordinamento delle celebrazioni paliesche trasformate d'incanto in organi decisionali a tema e poi ricondotte a forza a consultori senza riconoscimento formale e di Statuto. Ma quel che conta, secondo lo Special One, è che la gente si senta coinvolta, che si illuda di contare, che possa dire una parola ma a condizione che quella parola non sia mai l'ultima. Perchè partecipare è una cosa bella pappappero, con questa democrazia locale e municipale declassata a un girotondo d'ACR, a una rassegna di giochi informali e vespertini in cui il Bilancio Partecipativo vale una partita di palla prigioniera, a un girotondo di parrocchia, a un fine giornata vociante in oratorio. Il problema è che la manomissione delle parole - in cui Giancarlone eccelle senza razionalità ma di solo puro istinto - non cancella la mossa abborracciata, l'ostinazione ridicola e a smerciare come Bilancio Partecipativo e buona prassi concertativa una roba che farebbe porca figura tra le attrazioni della Festa di Santa Maria. In una celebre favola del danese Andersen, adattissima all'analisi del potere, un'intera comunità si stupisce nel rimirare il vestito nuovo dell'Imperatore e ne plaude la sfilata e il passaggio. Fin quando sopraggiunge l'innocenza di un bambino a fare giustizia della finzione e della manomissione; un piccolo che si rivolge felice alla madre semplicemnte gridando che il Re è Nudo. E Sagramola, Re nudo e denudato, potrebbe davvero approfittare del ponte lungo di aprile per ridare uno sguardo a quella favola, così ricca di stimoli e di lezioni. Perchè prendere le distanze da se stessi è sempre un modo intelligente per eccellere e guarire dall'invadenza del proprio io. Il re è nudo e anche i priori delle 4 Porte da oggi sono più adamitici che mai.

18 aprile 2014

Se sugli scrutatori decide Salomone



 
Si avvicinano le elezioni europee e puntualmente ritornano le plance elettorali lungo le strade cittadine. Ma più di ogni altra cosa riemerge, ingombrante e rumorosa come non mai, la questione della nomina degli scrutatori. La normativa ne delega la scelta alla commissione elettorale del Comune e la discrezionalità del pallottoliere  – che è naturalmente frutto non d’arbitrio ma di selezioni e di suggerimenti a monte – scatena polemiche, per la verità noiose e ripetitive, sulle migliori modalità di individuazione degli scrutatori. Le scuole di pensiero che si scontrano - in una gara infinita a chi fa la proposta più bella e più innocente - sono tre, di cui due ufficiali e vocianti e una sussurrata e confermata dandosi di gomito e annuendo in camera caritatis: la scuola Medicea, quella dei Recinti e quella dei Solidali. I Medicei senza se e senza sono quelli che, come per la scelta delle cariche pubbliche nella Firenze rinascimentale, puntano tutto sullo “scrutinio a tratta”, ovvero su una nomina degli scrutatori come frutto di un sorteggio direttamente governato e deciso dal Fato. Con questa procedura, che sembra la quintessenza dell’imparzialità, si mettono formalmente i cittadini sullo stesso piano, ma col possibile paradosso finale di quando piove sul bagnato, ossia che il centinaio di euro previsti per la prestazione al seggio possa essere incassato dal già benestante piuttosto che dall’indigente o dall’impoverito. La scuola maledetta – e quindi meritevole di posizioni soltanto sussurrate - è quella che reclama Recinti: si prende il totale degli scrutatori da nominare e si procede a spartizione politica tra maggioranza e minoranza. Si tratta di procedura assai efficace e sbrigativa ma che presenta alcuni punti deboli: penalizza gli estranei alla politica, i qualunquisti per istinto e per scelta e i cani senza collare, premiando invece la fedeltà e la tendenza alle recinzioni dell’appartenenza. Da qui a dire, come fanno taluni comandati per default a spararle grosse, che tale prassi configura il voto di scambio ce ne corre, perché vendere il proprio voto per un lavoro ci sta pure, ma ipotizzare che si possa farlo per cento euro significa giudicare i propri concittadini degni d’un Achille Lauro che, nella Napoli del dopoguerra, consegnava ai suoi elettori una sola scarpa durante la campagna elettorale, completando il paio in base al risultato finale. La terza scuola è quella dei Solidali e, in apparenza, pare essere quella più convincente, perché inquadra e benedice la remunerazione degli scrutatori nel segno dell' una tantum assistenziale. Il target dei Solidali sono quindi quei cittadini a vario titolo disagiati. Siano essi disoccupati, cassintegrati, inoccupati o in mobilità. Il problema è che la ratifica del disagio si va complicando per via d'una casistica infinita e, al dunque, pure inquinata dalla categoria dei “poveri ma furbi”, ossia da quanti si avvalgono di Isee finalizzati al raggiro, di remunerazioni black, di nuclei familiari gonfiati ad arte e via buggerando. Da questo punto di vista il market sociale, credo abbia consegnato alla politica e alla cittadinanza la prova provata di quanto sia sottile la linea di demarcazione che separa i bisogni reali dal micro tornaconto di chi ci marcia. Di fatto ciascuna delle tre ipotesi di scuola seduce solo in parte ma non convince mai del tutto e fino in fondo. E in questi casi il prevalere dell’una o dell’altra scuola diventa vittoria dell’una scuola sull’altra, ossia ennesimo elemento del conflitto e della polemica politica. Meglio, per una volta, affidarsi a una saggezza orizzontale e paritaria: far contenti tutti, combinando sorteggio, nomina politica e criterio sociale in una stecca para - 33% – 33% – 33% - che di certo non archivia il dubbio ma di sicuro non drammatizza la solita e minuta tempesta nel bicchiere.

17 aprile 2014

Le parole manomesse e il gioco del cerino



 
Faccio una premessa per sgomberare il campo da ogni equivoco: se fossi nella posizione di decidere o di influire sul futuro di Unifabriano sarei tra i più convinti nello scriverne l’epitaffio. Visto che non mi piacciono gli accanimenti terapeutici sugli esseri umani men che meno mi sobillano quelli a tutela di enti a fine corsa e senza più ragion d’essere. Unifabriano non solo ha perso pezzi ma non si capisce neanche più cosa sia e cosa rappresenti. L’unica certezza è che nella sua struttura, già da qualche tempo, non sono più ammessi corsi universitari. Quindi Unifabriano non è più un ateneo ma si acconcia a sopravvivere combinando attività poliedriche che somigliano a una zuppa del casale di corsi, corsetti e master tagliati su misura per tenere in piedi la struttura. Non è quindi accettabile la “manomissione delle parole” che ne accompagna l’improvviso ritorno di fiamma mediatico perché, di fatto, non stiamo parlando del salvataggio di una sede universitaria ma di qualcosa che è sempre più complicato inquadrare e definire. Dire la verità è, quindi, una condizione fondamentale per chiarire la posta in gioco. Invece la mobilitazione che si sta sviluppando anche in queste ore, a difesa di Unifabriano, nasce da una sorta di condivisione della reticenza che attraversa trasversalmente enti, istituzioni e schieramenti politici. Pare sia nato anche un Comitato Cittadino a sostegno di Unifabriano che, per ora, ha limitato la sua fantasia difensiva alla richiesta del classico tavolo tra tutti i soggetti coinvolti, dove si ragiona con logica bipartisan e, alla fine, si sbaglia all’unanimità. Ma, come si diceva in precedenza, l’energia della mobilitazione e delle parole dispensate è direttamente proporzionale all’alterazione linguistica che le sostiene. I fondamenti del politicamente corretto e del linguisticamente alterato prevedono, infatti,, che solo gente brutta, sporca e cattiva si possa tirare indietro dal difendere un’istituzione preziosa come un’Università. Se di Università si trattasse e non di qualcosa che, per dirla alla Johnny Stecchino, non je somija pe gnente. In questo quadro è politicamente emblematico della finzione in atto che Sagramola non abbia alcuna voglia di rimanere col cerino in mano e rientra pienamente in questa strategia la decisione di posticipare di un mese l’assemblea dei soci. Di fatto – dopo il passo indietro corale delle principali aziende fabrianesi – il gioco delle responsabilità se lo andranno a rimpallare Sagramola e Papiri, perchè oltre al Comune è la Fondazione l’altro l’azionista di rilievo rimasto nei paraggi di Unifabriano. Su questo versante c’è da registrare il rapido cambio di registro del Presidente Papiri che l’altro giorno annunciava l’uscita di scena della Fondazione, coi suoi 50 mila euro di sottoscrizione annua, e qualche ora dopo ritornava sui suoi passi, confermando la volontà di recedere dal ruolo di socio ma confermando la disponibilità al versamento del contributo di salvataggio. Il gioco del cerino, a osservarlo bene, non è altro che la diretta conseguenza di quel non detto che tutto condiziona e tutto presiede, ossia che nessuno vuole prendersi l’onere e la briga di spegnere Unifabriano per timore di ritrovarsi di colpo target di un’accusa; quella di essere un affossatore di atenei e un distruttore di saperi universitari. Il Comune e la Fondazione, invece di vestire i panni dei fiammiferai che si rimpallano l’ultima parola, dovrebbero condividere una mossa del cavallo : dire ai fabrianesi che Unifabriano chiude perché non è più un’Università. E che finanziare una struttura non più universitaria senza prospettive accademiche, senza strategie e ormai ermafrodita dal punto di vista della formazione erogata, significa ricorrere a elargizioni a fondo perduto e senza neanche la parvenza di un qualche ritorno sull’investimento. E fatti due conti si tratta di un azzardo che né il Comune né la Fondazione sono più nella condizione leggiadra di permettersi.

16 aprile 2014

Il mito dei "rami secchi" e la politica sognante



Se ne avete la possibilità provate a leggere ‘”L’Italia in seconda classe”, un libro del giornalista e scrittore Paolo Rumiz che ha percorso l’Italia per linee ferroviarie interne, attraverso quella che ha suggestivamente denominato la Transiberiana italiana. E’ un libro sulle ferrovie e sull’Italia quello di Rumiz, una traversata romantica tra le fibre più profonde del Belpaese, il resoconto letterario di un’esperienza al tempo stesso rocambolesca e sentimentale. Diversi anni fa – credo attorno al 1987 - lo scrittore Paolo Volponi, sostenuto dal partito comunista di cui fu anche parlamentare indipendente, fu artefice di una splendida battaglia di retroguardia per il rilancio della linea ferroviaria Fabriano – Sant’Arcangelo di Romagna, la cosiddetta Subappenninica pensata e costruita per tronchi e mai interamente completata, anche per via della crisi vuiolenta e improvvisa che coinvolse l'area mineraria di Cabernardi e Bellisio Solfare. Ovviamente e giustamente la battaglia di Paolo Volponi rimase lettera morta per una semplice ragione di buonsenso e cioè, per dirla sempre con Rumiz, che srotolare nella Penisola un gomitolo di strade ferrate lungo come l’Asia costa molto, troppo, sia in termini economici che come sollecito al risorgere dei mille campanilismi che infestano il Paese. Chi ha vissuto e partecipato politicamente a quell’epoca sa bene che il confronto sulle linee ferroviarie interne fu una partita che divise nettamente il campo tra modernizzatori, convinti che i romanticismi debbano fare i conti con la pecunia, e sognatori assolutamente certi che il “bello” possa sopravvivere senza una sana combinazione di ricavi e costi. La battaglia, ovviamente, la vinsero i modernizzatori e le linee interne furono sostanzialmente archiviate, anche in ragione della loro comprovata natura di rami secchi, ossia di aree di attività ferroviaria senza prospettive minime di redditività. E’ quindi sorprendente, e per certi versi anche anacronistico, apprendere che l’assessore Galli ritiene oggetto di contrattazione con Trenitalia addirittura il destino delle linee interne – Fabriano/ Civitanova e Fabriano/Pergola -, la cui sopravvivenza è garantita soltanto dal pregiudizio tutto italiano che – sanità a parte perchè il ragionamento è più complesso – si possano gestire servizi pubblici in sistematica perdita economica. Pare invece che la comunità politica fabrianese abbia fatto della riapertura dell’androne della stazione ferroviaria, della valorizzazione delle linee interne e della difesa dell’officina riparazioni un vero e proprio avamposto simbolico di resistenza economica e sociale. E in molti hanno anche notato come sul tema si registri pure una sintomatica e interessante convergenza tra maggioranza e Movimento 5 Stelle, con quest’ultimo in prima linea – anche attraverso appositi convegni - nella difesa di tutto ciò che richiama e riporta in auge elementi di “decrescita felice” e di buone relazioni con la Giunta, come già si è potuto appurare con la questione dei voucher lavorativi e con l’approccio quasi intenerito dei grillini in occasione della mozione di censura nei confronti dell’assessore ai lavori pubblici. Ma lasciando sullo sfondo la politica e seguendo un puro e semplice istinto, credo che l'aver scelto la “questione ferroviaria” come frontiera avanzata e simbolica di tutela del territorio già preluda a una sicura sconfitta. Ma nonostante questo è sempre più forte l’impressione che questa amministrazione, pur di conquistare un minimo di rilievo mediatico, non faccia altro che correre a “cercar la bella morte”. Per poter lucrare dalla lotta bellissima e perdente un filo di consenso e qualche decina di voti in più. E allora si salga tutti, felici e sorridenti, in carrozza! Ciuf Ciuf!